“Studiamo da registi e vi vediamo così”

Per lo più in video compaiono, piazzati lì come personaggi senza diritto di parola, per enfatizzare vicende tragiche. Talvolta sono ripresi per essere mostrati e raccontati senza avere alcun controllo su ciò che comunica la loro immagine. In altre occasioni, per sospetto e diffidenza, sono ignorati se non rimossi totalmente dal campo visivo. Le “storie positive” legate ai migranti, quelle, sono rarissime.

Ma per trasformarsi da oggetto in soggetto basta a volte un’azione semplice, magari non sempre facilmente accessibile per chi arriva in Italia chiedendo asilo: prendere in mano una videocamera, premere il tasto rosso “rec” e raccontare il mondo dal proprio punto di vista.

 

Foto di Michele Cattani

 

Sceneggiatura, montaggio, editing di un video personalizzato

Il progetto “Video partecipativo: il richiedente asilo dietro le telecamere”, nato da un’idea dell’associazione padovana Zalab e realizzato a Bologna dalla cooperativa sociale Arca di Noé, ha proprio l’obiettivo di fare apprendere ai migranti le tecniche di base della ripresa e assisterli nella sceneggiatura, montaggio ed editing finale di un video personalizzato per ciascun partecipante al laboratorio. Il soggetto dell’opera, il modo in cui essa viene rappresentata e ciò che intende comunicare sono frutto di una discussione e di un’elaborazione svolta tra i partecipanti e facilitatori del progetto, Michele Cattani, Camilla Mantovanelli, Chiara Marconi e Angela Foresta.

Il tema, scelto all’unanimità dagli stessi richiedenti asilo che hanno partecipato al progetto, e che ha fatto da filo conduttore alla prima edizione del laboratorio, è stato quello degli stereotipi, declinati in maniera creativa dai singoli registi, con una vastità e profondità di argomenti pari a quelli che possono contenere le vite e le sensibilità di giovani uomini, provenienti da vari luoghi dell’Africa, messi a confronto con realtà e culture molto diverse da quelle di origine.

Cosa sapete della vita quotidiana delle donne in Africa?

Così c’è chi, come Daniel che ha 27 anni e viene dal Camerun, ha voluto affrontare il tema della libertà delle donne. Come giudicano le donne italiane (e soprattutto bolognesi) il livello di uguaglianza tra i due sessi? Quanto sanno della vita quotidiana delle donne in Africa e delle leggi sulla parità tra maschi e femmine che non vengono quasi mai fatte rispettare? Daniel ha intervistato alcune ragazze (scoprendo con sorpresa che fraintendimenti e incomprensioni, dovuti alla barriera linguistica più che culturale, possono nascere anche da qualche semplice domanda) e si appresta a raccontare nel suo video le differenze culturali tra la sua vecchia casa e quella nuova da una posizione che considera privilegiata. “Stando qui riesco a capire più cose, e anche meglio, sui due Paesi in cui ho vissuto”, è la lezione più importante che ha imparato nei suoi 11 mesi in Italia.

“Imparo la storia di Bologna e conosco nuovi amici”

Taufic, ventottenne del Ghana, da tre anni in Italia, tenta di dare una personale rappresentazione del rapporto tra religione e violenza, prendendo a spunto un videomessaggio di Papa Francesco che invita alla pacificazione tra cattolici e musulmani grazie a una maggiore reciproca conoscenza e comprensione. Per avere immagini utili ad accompagnare lo sviluppo del suo ragionamento ha ripreso messe, persone in raccoglimento, monumenti e statue nelle chiese di Santo Stefano e San Petronio a Bologna. Poi si è spostato alla moschea di Ferrara dove ha raccolto immagini delle abluzioni prima della preghiera, fedeli che entravano ed uscivano dal luogo di culto. “Le persone sono diverse, hanno idee differenti ma il sangue è rosso per tutti ed è quello che permette a tutti di vivere – dice Taufic -. Il sangue è come Dio e accomuna cristiani e musulmani. Questo corso mi ha permesso di scoprire un po’ di storia di Bologna, di imparare meglio l’italiano e di farmi qualche nuovo amico”.

 

Foto di Michele Cattani

 

L’integrazione raccontata attraverso la musica

C’è poi chi ha voluto cogliere l’occasione del video per far conoscere meglio un’attività di cui è protagonista. Mohammed, 27 anni della Guinea Conakry, racconta la storia del gruppo “Fiato Dance”, di cui è animatore culturale. Sono nati un anno fa a Bologna e organizzano corsi di danza afrobeat e feste per far incontrare culture e musiche. Mohammed ha videoripreso le attività del gruppo, fatto interviste e utilizzato materiale del suo archivio per fare un montaggio e realizzare il suo piccolo documentario. “Voglio raccontare l’integrazione che cerchiamo di portare avanti con il nostro gruppo e anche qualche pregiudizio nei nostri confronti – spiega -. Grazie al corso ho imparato a costruire una vera storia con le immagini”.

Abdul, guineano ventunenne, in Italia da quasi due anni, è perfettamente consapevole della potenza del mezzo audiovisivo non solo come strumento di conoscenza ma anche come possibile attività lavorativa per il suo futuro. Il ballo e la musica sono il soggetto del suo video, che mostra insegnanti di danza africani che danno lezioni a occidentali e raccoglie impressioni e gusti artistici degli uni e degli altri. “Musica e ballo sono due aspetti importanti per la convivenza e l’integrazione – sostiene con entusiasmo descrivendo il suo progetto -. Ma ho in mente anche un progetto più ampio, che vorrei chiamare ‘Occhio dell’umanità’: voglio fare tanti video da mettere online per esprimere il mio punto di vista su diversi argomenti. Alcuni amici in Francia hanno realizzato qualcosa di simile e sono sicuro che in Italia avrebbe un grande successo”.

 

Foto di Michele Cattani

 

Tortellini, calcio e baseball per non vedenti

Altri corsisti non sono presenti durante la nostra visita al circolo DLF di Bologna, dove dal mese di marzo per 12 giovedì pomeriggio si è tenuto il corso. Michele Cattani ci racconta su quali storie stanno lavorando gli altri ragazzi. Baba, gambiano, nel suo video prende spunto dal cibo per parlare di culture diverse. Da alcuni anziani bolognesi si è fatto raccontare come si fanno i tortellini e, in cambio, ha condiviso alcune sue ricette. Poi c’è Adama, che ha deciso di parlare della sua passione, giocare a calcio, e di come sia uno stimolo per migliorare la propria condizione e per integrarsi in una squadra di Casalecchio di Reno. C’è infine la storia di Sainey, un ragazzo ipovedente del Gambia, che in Italia ha scoperto l’esistenza di uno sport che gli sta cambiando la vita: il baseball per ciechi. Insieme ad altri giocatori dell’AIBXC onlus (Associazione Italiana Baseball Giocato da Ciechi), che lo hanno accolto con calore e gli hanno insegnato i fondamentali del gioco, farà scoprire col suo video, per la cui realizzazione è stato aiutato da alcuni compagni di corso, una realtà ancora poco conosciuta ma che merita di essere raccontata.