Uniti, colorati, diversi… sui banchi del liceo

Siedono nei banchi della scuola uno accanto all’altra, Modou e Francesca, Saikou ed Elettra, Aliou e Martina, per raccontare tutti insieme la loro esperienza. Se è più frequente incontrare ragazze e ragazzi di origine straniera in scuole professionali o istituti tecnici bolognesi, al Liceo classico statale “Marco Minghetti” sono invece un’assoluta rarità: troppo lungo e costoso il percorso di studi che si troverebbero ad affrontare, troppo lontana nel tempo la promessa di un lavoro. Al “Mingo” però hanno trovato comunque il modo per far incontrare mondi di giovani che altrimenti avrebbero poche occasioni anche solo  per sfiorarsi.

Il progetto “Oltre le frontiere” ci è riuscito molto bene, aprendo lo storico istituto bolognese e le sue aule a giovani migranti richiedenti asilo. Lo ha fatto con una molteplicità di iniziative e azioni che, oltre ai ragazzi stranieri, hanno coinvolto complessivamente una quarantina di studenti e studentesse iscritti, alcuni insegnanti e numerose associazioni impegnate non solo nell’accoglienza dei migranti ma anche nell’integrazione culturale e nelle politiche di genere.

Studenti, insegnanti e associazioni insieme in un progetto articolato

Uno degli scopi del progetto, coordinato dal professor Renzo Ricchi con la fondamentale ideazione e collaborazione di Camilla Girotti, laureata in Filosofia ed ex studentessa del Minghetti, è stato offrire l’opportunità di entrare in relazione con la realtà dei migranti fuori da eventuali attività di volontariato degli studenti, bensì in una realtà istituzionale che li porti anche a interrogarsi sulle finalità della didattica e dell’educazione in senso più ampio. Anche le professoresse Frascaroli, Murtas e Olavide hanno dato un prezioso contributo per animare laboratori e incontri. Fondamentale è stata poi la collaborazione con operatrici e operatori dei Centri di seconda accoglienza, SPRAR e Centri sociali che hanno dedicato ai minghettiani spazi, tempo, competenze. Sono entrati in varie forme nei laboratori e nella attività il Progetto Alice, l’associazione MaschilePlurale, MondoDonna, il laboratorio teatrale Cantieri Meticci, le Cooperative Camelot, Arca di Noè, e CEIS ARTE.

Una serie di incontri per conoscere l’immigrazione

Si è iniziato con un laboratorio pomeridiano, su base volontaria e aperto a tutti gli studenti, che è servito a far conoscere le principali problematiche e criticità sul tema dell’immigrazione e a ideare buone pratiche inclusive con i ragazzi in attesa del riconoscimento del diritto d’asilo. Gli studenti hanno appreso, durante gli incontri, le novità previste dal decreto Minniti e le caratteristiche e dinamiche dei flussi migratori e delle politiche di accoglienza. Una conoscenza necessaria che è stata la base per le attività successive.

La discussione sul genere ha aperto il confronto

Molto apprezzato dalle partecipanti – sette ragazze che hanno avuto occasione di confrontarsi direttamente con i migranti maschi coetanei, tutti richiedenti asilo provenienti dall’Africa subsahariana – il laboratorio sulle questioni di genere: sei incontri svolti in differenti luoghi di Bologna in cui si sono affrontati gli stereotipi di genere prendendo a riferimento foto e video musicali e il linguaggio dei social network. “Abbiamo potuto fare discorsi tra pari su temi seri, e a volte anche su cose molto più semplici – commenta Martina –. È stato un confronto reale e aperto tra il nostro modo di vedere le cose e i loro, davvero molto interessante”.

“Il colore è diverso ma siamo tutte persone uguali – aggiunge Saikou, senegalese –. Le nostre vite non sono molto simili, è evidente. Quello che fa male però è sentirci dire che siamo cattivi a causa della diversità. Molti non sanno che tipo di vita facciamo”. I ragazzi africani che hanno partecipato alle attività del Minghetti sono tutti ospiti di strutture SPRAR e studiano per conseguire la licenza media al CPA di San Lazzaro di Savena, fanno sport  e ascoltano musica come i coetanei bolognesi.

L’esperienza intensa del lavoro nelle strutture di accoglienza

Un’altra esperienza molto intensa è stata quella vissuta per due settimane e mezzo dai 22 studenti della classe 1E (il terzo anno per il liceo classico), che hanno svolto l’attività di Alternanza Scuola Lavoro recandosi presso alcune strutture gestite dalle cooperative dell’accoglienza: tre case gestite dalla Coop Camelot, i Centri Zaccarelli e Cabrini dell’Arca di Noè e otto case e un ufficio gestiti da Mondo Donna.

“Inizialmente ci sono state perplessità da parte di alcune famiglie, che giudicavano forse troppo ‘forte’ e impegnativo questo tipo di lavoro per dei ragazzi di 16-17 anni – racconta il prof. Ricchi – Una volta cominciato non ci sono più state lamentele ma anzi molta soddisfazione, tanto che una volta terminato alcuni studenti hanno espresso il desiderio di tornare a fare volontariato nelle strutture. Le studentesse e gli studenti affiancavano, da soli o in gruppo, gli operatori nelle loro attività quotidiane con i richiedenti asilo. Visto il successo, riscontrato anche dagli operatori delle strutture, vorremmo riproporre questa esperienza già l’anno prossimo per altre classi”.

Sempre per favorire la conoscenza sul tema e per inquadrare l’esperienza scuola-lavoro, i ragazzi della 1E hanno partecipato a sette incontri sui diritti dei lavoratori e su questioni inerenti l’immigrazione.

Con MiMo divertimento e leggerezza tra amici

Le insegnanti Olavide, Frascaroli e Murtas, nella fase finale dell’anno scolastico, hanno poi animato un laboratorio, denominato MiMo, assieme ai ragazzi del Laboratorio di Inclusione Culturale (LIC) organizzato dalla Fondazione CEIS per conto di CEIS ARTE, cooperativa sociale al Villaggio del Fanciullo. Si è trattato di momenti di scambio interculturale ai quali hanno partecipato studenti del Minghetti e ragazzi africani, albanesi e pakistani. Al centro dei sei incontri la musica, lo sport, il racconto delle proprie vite. MiMo ha offerto anche l’opportunità di far partecipare una squadra multietnica al torneo cittadino scolastico di ultimate frisbee, presso il centro sportivo del CUS Bologna. Considerato che nessuno dei giocatori della squadra aveva mai tenuto in mano un frisbee prima del torneo, non è andata malissimo: undicesimi su dodici partecipanti, con almeno una vittoria da mettere a bilancio. Mario, giovane albanese che faceva parte della squadra, la prende con filosofia: “Il Minghetti ha organizzato qualche allenamento ai Giardini Margherita con gli istruttori del CUS e abbiamo preso un po’ confidenza con il gioco. Ci siamo divertiti e abbiamo giocato con le altre scuole, perciò pazienza se non siamo andati in finale”.

Pregiudizi smontati partendo dalle cose in comune

Anche la prof. Irene Olavide, che insegna francese al Minghetti ed è responsabile del LIC, è entusiasta di come è andato il progetto nel suo complesso: “Il collante che ha decretato il successo sono stati i primi incontri, in cui per conoscerci non siamo partiti da grandi principi o valori ma ci siamo semplicemente chiesti che cosa abbiamo in comune e cosa possiamo fare per stare meglio insieme. Questo approccio ha normalizzato e reso più fluido tutto ciò che è venuto dopo”.

Lo confermano le parole degli studenti italiani e dei loro amici stranieri. Se non fosse per l’occasione di incontro informale per raccogliere la loro testimonianza, sembrerebbero una vera classe, unita e colorata, che ora si incontra qualche volta anche fuori dall’orario scolastico.

“Spesso a scuola si frequenta sempre la stessa gente – dice Elettra –, il progetto ci ha permesso anche di conoscere nuove persone e con alcuni ci si vede anche dopo la scuola. Ovviamente ci sono delle diversità, abbiamo valori differenti ma se siamo qui è perché abbiamo voglia di parlarne e di rifletterci su, discutendo in modo amichevole di temi seri, come abbiamo fatto per tutto l’anno”.

Anche Modou, gambiano che vive al Villaggio del Fanciullo, è felice dell’esperienza: “Per me venire al Minghetti è stato molto importante. Una volta, durante il laboratorio del pomeriggio, ho pure cantato una canzone scritta da me e alcuni amici, un rap intitolato in italiano “Siamo in pace”.

“Passare del tempo con questi ragazzi e conoscerli per quello che sono veramente è il valore centrale del progetto – osserva Francesca –. Il pregiudizio si smonta quando si entra in reale contatto con loro. Il problema con l’immigrazione è che si finisce per parlare solo di numeri e non si vedono le persone che ci sono dietro, non si capisce che non si tratta solo di problemi. Quello che noi abbiamo capito grazie a questi incontri è che la rappresentazione che viene data del fenomeno è lontana dalla realtà”.