Quali sfide psicologiche, educative e sociali incontrano le persone migranti? Qual è l’importanza delle reti sociali e culturali nel paese di arrivo? Come rafforzare le pratiche di cura, ascolto e accompagnamento nel sistema di accoglienza?
Sono alcune delle domande da cui è scaturito il dialogo con la psichiatra Cécile Rousseau, che il 9 ottobre ha incontrato gli operatori e le operatrici del Progetto SAI metropolitano del Comune di Bologna, gestito da ASP Città di Bologna.
Cécile Rousseau è psichiatra, docente e ricercatrice alla McGill University di Montréal, in Canada, e direttrice dell’Immigrant and Refugee Children’s Mental Health Research Unit. Figura di riferimento a livello internazionale nel campo della psichiatria transculturale e della salute mentale di bambini, adolescenti e giovani adulti con background migratorio, da oltre trent’anni lavora a stretto contatto con comunità migranti e rifugiate, sviluppando approcci clinici e preventivi culturalmente sensibili. È nota per i suoi studi sui traumi legati alla migrazione, sul disagio psicosociale nei contesti scolastici e sulla prevenzione della radicalizzazione giovanile. Attraverso un approccio basato sulla comunità e sull’intervento partecipativo, Cécile Rousseau promuove modelli di cura inclusivi, capaci di rafforzare la resilienza individuale e collettiva. Il suo lavoro ha avuto un impatto concreto sia nella pratica clinica che nella definizione di politiche pubbliche.
A moderare l’evento c’era Vincenzo Spigonardo, psichiatra e psicoterapeuta, con una lunga esperienza nel lavoro clinico e sociale con persone migranti e rifugiate. Da anni si occupa di formazione e supervisione nell’ambito dei servizi di accoglienza, con un approccio attento alle dimensioni interculturali e relazionali del lavoro psicosociale. In collaborazione con ASP Coesione Sociale ha avviato il Servizio di Consultazione Culturale, un servizio di psichiatria transculturale attivo dal gennaio 2019 all’interno del Servizio Protezioni Internazionali di Bologna.
Per una persona che ha un percorso migratorio alle spalle, qual è l’importanza delle reti sociali e culturali nel paese di accoglienza?
“Da un punto di vista dell’intervento psicosociale, spesso tralasciamo il contesto in cui si è formata l’identità di una persona, e la comunità nella quale si sviluppa quell’identità”, spiega Rousseau. “Ci sono diverse sfumature identitarie che si sovrappongono nell’esperienza di ciascuno: in primis vanno considerate le radici nelle quali l’identità si è radicata, e poi successivamente la scelta di affiliarsi a certe comunità. Ogni persona può navigare in molteplici identità”.
Il rischio è quindi quello di essenzializzare, demonizzare o idealizzare alcune identità. “Un esempio è quello di una mia paziente, una donna libanese che vuole essere considerata solo canadese”, racconta Rousseau. “In quel caso c’è stata una dis-affiliazione dal gruppo di appartenenza, e una totale affiliazione alla cultura ospite. Un altro esempio è quello di un giovane uomo ghanese arrivato in Canada con il padre e la madre: lui era molto orgoglioso delle sue origini africane, passava molto tempo su internet, e alla fine si è scoperto che – contrariamente a ogni aspettativa – le sue community online erano di uomini incels [persone che si autodefiniscono “celibi involontarie” e attraverso gruppi online diffondono conversazioni generalmente improntate al risentimento verso le donne e che giustificano la violenza, n.d.r.] e suprematisti bianchi”.
Nell’intervento psico-sociale, spiega Rousseau, è quindi importante sapere di non sapere. Le affiliazioni di ciascuno sono molteplici e non si possono conoscere tutte, l’importante è che riempiano la vita di una persona in modo positivo, che lo facciano sentire parte di qualcosa. “Le persone hanno bisogno di appartenenza, e le community sono centrali”, afferma Rousseau. “Bisogna provare a sospendere il giudizio sul tipo di comunità di cui ogni individuo sceglie di far parte, non dobbiamo avere un ethos morale a guidarci”.
Nella pratica del lavoro con le persone migranti, l’obiettivo degli psicologi e degli operatori è capire cosa è più protettivo per la persona e per la comunità. “Le leggi e le norme sono da interpretare, non sempre vanno applicate alla lettera”, dice Rousseau. A meno che non vi sia un pericolo imminente, è compito degli operatori accogliere e ricevere, piuttosto che segnalare un comportamento limite: “una denuncia tradisce la fiducia, allontana e in fin dei conti aumenta il rischio. I giovani migranti sanno benissimo cosa noi operatori e psicologi siamo pronti ad ascoltare e cosa no. Se noi non siamo pronti a ricevere, non ci racconteranno, non si apriranno. In fin dei conti, cos’è più pericoloso?”
Molti giovani migranti vivono un gap tra la loro percezione della maggiore età e quella che è la nostra percezione. Come muoversi in questa dicotomia?
“Prendiamo ad esempio la concezione che ognuno ha della genitorialità”, risponde Rousseau. “I corsi di sostegno alla genitorialità a volte sono vissuti dai migranti come un’imposizione di una cultura bianca occidentale, che pensa di poter insegnare loro un modello di educazione dei bambini. In realtà molte scelte sono culturali: in Nord America viviamo una spinta al raggiungimento di una autonomia del giovane adulto, mentre in paesi come il Giappone l’autonomia è quasi un insulto e l’interdipendenza è una cifra relazionale. Noi come operatori possiamo agire su più piani: a volte spingere sull’indipendenza, a volte sostenere la persona assumendo un ruolo genitoriale”
Ci sono molte questioni che riguardano la genitorialità che hanno molto a che vedere con la cultura: abitudini alimentari, abitudini igieniche, scelte che riguardano il fatto di dormire insieme ai genitori, uso della forza per educare, appropriatezza dell’abbigliamento… “I giovani a volte ‘usano’ gli operatori per mettersi contro i genitori, altre volte ‘usano’ i genitori contro gli operatori”, continua Rousseau. “Chi ha il ruolo di mediare spesso delude sia la famiglia sia le istituzioni, pur di mantenere aperta la relazione. È un compito molto difficile, è come giocare per tutte e due le squadre contemporaneamente”.
Nel lavoro degli operatori e delle operatrici dell’accoglienza, a volte si corre il rischio di patologizzare le fasi dello sviluppo e dell’adattamento, medicalizzando i vissuti e i comportamenti che possono rappresentare espressioni di processi evolutivi. Come garantire uno spazio di ascolto che riconosca la dimensione culturale, trasformativa e simbolica della crisi?
“I farmaci sono oggetti che guariscono e feriscono al tempo stesso”, afferma Rousseau. “Pensiamo agli antidepressivi e agli ansiolitici, che funzionano in gran parte per l’effetto placebo. Vuol dire che non usiamo farmaci? No, li usiamo, ma dobbiamo essere consapevoli dei loro limiti. Il farmaco ha un duplice ruolo: il ruolo simbolico che rimanda alla vulnerabilità, ma anche alla cura e alla rassicurazione, e il ruolo culturale che aiuta ad accedere al mondo interno del paziente”.
Le diagnosi a volte attaccano sulla persona un’etichetta difficile da scollarsi di dosso. “Pensiamo alle vittime di violenza sessuale o di tortura, che a volte soffrono di una sindrome da stress post traumatico”, conclude Rousseau. “Esperienze come queste possono finire per stigmatizzare le vittime, invece che l’atto stesso della violenza”.




