“Ci dicono sempre che dobbiamo studiare la storia per evitare errori futuri, ma pensiamo a quante guerre e disastri ci sono oggi, che spesso vengono ignorati. Persone come Gandhi, Mandela, Rosa Parks hanno lottato per i diritti di tutti. Riusciremo mai a migliorare il mondo, conoscendo il passato?” È una delle grandi domande che arrivano dalla platea del cinema Modernissimo di Bologna, piena di ragazze e ragazzi delle scuole superiori che la mattina di giovedì 18 dicembre sono venuti a vedere lo spettacolo Il secolo è mobile del giornalista e scrittore Gabriele Del Grande. L’evento è stato organizzato dalla cooperativa Cidas nell’ambito del Servizio Comunicazione del Progetto SAI del Comune di Bologna, coordinato da ASP Città di Bologna. “Premesso che le generazioni passate hanno fallito, speriamo che in futuro si vada verso una direzione diversa”, risponde Del Grande. “Gli strumenti non mancano. Dipende dalla volontà di ciascuno di noi, da quanta voglia abbiamo, da quanta energia ci metteremo”.
Il monologo multimediale di Gabriele Del Grande, prodotto da Zalab, è ispirato al suo libro Il secolo mobile. Storia dell’immigrazione illegale in Europa (Mondadori 2023), pubblicato dopo anni di ricerche sul campo con l’intento di riscrivere la storia dell’immigrazione in Europa. Cent’anni fa, infatti, i passaporti non esistevano. Oggi invece sul fondo del mar Mediterraneo giacciono i corpi di 50mila persone migranti annegate tentando di entrare senza visto in Europa. Come siamo passati dagli anni della libera circolazione con le ex colonie alla progressiva illegalizzazione delle migrazioni? E soprattutto, come ne usciremo? È di questo che parla lo spettacolo, che unisce alle parole le immagini e la musica.
“Come ti sei avvicinato a questi temi?”, chiede a Del Grande uno studente, dopo la fine dello spettacolo. “Vengo da un paesino di 3mila abitanti in provincia di Lucca, prima dei 18 anni non sono mai uscito dalla Toscana”, risponde il giornalista. “Per frequentare l’università mi sono trasferito qui a Bologna e sono andato a vivere in una casa con altri tre ragazzi africani: ho imparato il francese, ho conosciuto altra musica, altro cibo, altre abitudini. E ne sono rimasto affascinato. In particolare, mi hanno sempre colpito le storie di riscatto”.
“Come hai condotto le ricerche per realizzare questo spettacolo?”, chiede un altro studente. “Il lavoro sul campo è stato tanto: ho alle spalle 15 anni di viaggi in oltre 40 paesi”, spiega Del Grande. “Il libro e poi lo spettacolo sono il frutto di tante interviste, tanto studio. Il monologo è stato portato in giro in più di 90 città, soprattutto in Italia ma anche all’estero”.
Tra i giovani in platea, molti hanno fatto – direttamente o indirettamente – esperienza della migrazione. “Mio padre è marocchino: nello spettacolo ho ritrovato alcuni elementi della mia storia familiare, ho fatto diversi collegamenti”, spiega Sofia, 17 anni, studentessa del liceo Leonardo Da Vinci di Casalecchio. “Magari un giorno ci troveremo anche noi a emigrare in un altro paese, e ci troveremo nei panni di chi deve adattarsi a un nuovo contesto, affrontando una serie di difficoltà”.
Anche Alice, 18 anni, del Leonardo Da Vinci, racconta che i suoi bisnonni sono emigrati dal Messico andando prima in Spagna e poi in Italia. “Anche loro erano a bordo di una nave”, racconta Alice. “Vedendo le immagini ho rivissuto la loro storia, una storia che mi ha raccontato tante volte mia nonna”. Poi c’è Giada, 17 anni, che è rimasta colpita soprattutto dal racconto delle sterilizzazioni di massa per evitare le mescolanze etniche: “Non ci trovo niente di male a mischiarci, la bellezza è la diversità e l’unicità”, dice. “Privare le persone della possibilità di avere dei figli per tutelare la presunta purezza della razza mi ha fatto gelare il sangue”. E infine Irene, 17 anni, che si è sentita chiamata in causa soprattutto nella parte finale dello spettacolo, dove si parla di cosa accadrà nel futuro. “Si tende a essere sempre molto pessimisti, ci viene detto che cambiare le cose è difficile”, spiega Irene. “Invece non è così, le strade ci sono: è più semplice di quanto potrebbe sembrare”.
Lo spettacolo insomma è riuscito ad aprire una discussione su temi che non sempre vengono toccati con profondità in classe, ma che riguardano da vicino le giovani generazioni. “Il monologo ha colto quella che è la realtà quotidiana di questi ragazzi e ragazze: nelle nostre classi abbiamo molti studenti di seconda generazione perfettamente integrati”, spiega Marica Pellegrini, professoressa di inglese dell’istituto Majorana di San Lazzaro. “Le migrazioni sono un fenomeno inarrestabile. È anacronistico bloccare le frontiere: se oggi l’Europa vuole salvarsi deve affrontare la questione da un nuovo punto di vista”. E conclude: “In classe ne parliamo spesso. Anche se per le scuole è un momento complicato per affrontare temi politici, è necessario farlo”.




