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Una disabilità che non frena un percorso lavorativo brillante: la storia di Hussain

“Quando abbiamo avuto bisogno, Hussain ha mandato avanti la nostra azienda come se fosse stata la sua. Non lo dimenticherò mai”. Irene Meli è una donna diretta, genuina. Di origine siciliana, è arrivata a Bologna quando aveva otto anni: insieme al marito conduce una piccola impresa che fa compravendita di rottami, la GM Metalservice, a Pieve di Cento, in provincia di Bologna. Oltre ai due titolari ci sono due dipendenti che – anche loro – hanno alle spalle percorsi di migrazione: Hussain e Boh.

“Volere è potere”, racconta Irene. “Certo, la comunicazione non sempre è facile perché loro non parlano bene l’italiano. Mio marito è napoletano, ha un talento per parlare con tutti: tra i gesti e le traduzioni online, siamo sempre riusciti a capirci”, ride. Anche Hussain racconta di essersi sempre sentito accolto: “È un lavoro faticoso, ma c’è grande collaborazione tra noi, le decisioni si prendono insieme: per questo non mi pesa”.

Hussain, 40 anni, viene dal Pakistan, dove faceva il taxista, ma non ha avuto paura di cambiare settore e sperimentarsi in un lavoro manuale: oggi il martello e il flex sono i fedeli compagni delle sue giornate. Un lavoro fisico, a tratti pesante, che però riesce a fare nonostante abbia una disabilità. Nel 2009, infatti, quando ancora viveva in Pakistan, ha avuto un incidente e ha perso una parte della gamba. A quei tempi abitava a dieci chilometri dal confine con l’Afghanistan, nella regione del Khyber Pakhtunkhwa, una zona di frontiera estremamente insicura. “Ho deciso di andarmene per motivi di sicurezza: c’erano continui attacchi terroristici da parte di diversi gruppi armati”, racconta. “Sono partito il 13 gennaio 2023, in aereo. Sono passato da Dubai, poi in Egitto e in Libia. Lì mi sono fermato per un po’, poi ho preso una barca e ho attraversato il mare. Sono arrivato in Italia il 26 marzo 2023”.

Pochi giorni dopo Hussain arriva a Bologna, prima all’hub Mattei, poi all’interno del Progetto SAI del Comune di Bologna, coordinato da ASP Città di Bologna. Viene accolto nella struttura Quirino di Marzio, gestita dalla cooperativa Arca di Noè, parte del Consorzio l’Arcolaio. Avvia le pratiche per ottenere i documenti e una nuova protesi per la gamba, visto che la sua è molto usurata. Nel frattempo si mette a studiare l’italiano.

“Hussain è stato bravo, ha avuto una pazienza estrema”, spiega l’operatrice di Arca di Noè, Tatiana Cerretani. “È riuscito a rimanere lucido e non farsi prendere dallo sconforto. Ha aspettato più di un anno per essere chiamato dalla Commissione Territoriale per il riconoscimento della Protezione Internazionale: il 2 luglio 2025 finalmente ha ottenuto la protezione sussidiaria”. Anche a livello sanitario, il percorso è lungo. Inizialmente il Progetto SAI lo supporta investendo su una protesi provvisoria, poi Hussain viene preso in carico dall’ospedale Rizzoli di Bologna, che lo indirizza al centro protesi Inail di Budrio. Dopo tanti mesi, finalmente, arriva la protesi definitiva.

Mentre aspetta, Hussain non rimane però con le mani in mano. In Pakistan c’è ancora la sua famiglia, una moglie e quattro figli: ha urgenza di iniziare a guadagnare per inviare i risparmi nel suo paese. “Mentre frequentavo i corsi di italiano, ho incontrato una ragazza che conosceva un’azienda dove cercavano personale”, racconta Hussain. “In quel momento parlavo pochissimo italiano, riuscivo solo a dire ‘Ciao, come stai’. Sono stato in un’agenzia che mi ha aiutato a scrivere il curriculum e l’ho portato di persona”. Era l’ottobre del 2023, e quell’azienda era proprio la GM Metalservice di Irene Meli. “A fine ottobre abbiamo firmato il contratto a tempo determinato, che poi è stato trasformato in indeterminato”, spiega Irene. “Nei mesi successivi Hussain ha preso la patente del muletto, ora sta facendo diversi corsi di specializzazione. Anche se ha una disabilità, non lo ferma nessuno”.

L’operatrice del Servizio trasversale Formazione e lavoro del progetto SAI che supporta Hussain, Mena Sacchetti di Antoniano Bologna, racconta che questo è uno di quei casi in cui il beneficiario si è mosso in grande autonomia. “In pratica ha fatto tutto lui”, ride. “Noi l’abbiamo aiutato per l’iscrizione al collocamento mirato, prima di essere confermato a tempo indeterminato. Ora supervisioniamo il suo percorso e lo aiutiamo a inserire il suo impegno lavorativo all’interno del suo quadro di vita: oggi Hussain sta lavorando 30 ore a settimana per poter continuare a frequentare i corsi di italiano. La lingua è fondamentale per muoversi sul territorio e per rapportarsi in modo professionale ai clienti. Per la buona riuscita del suo percorso, è stato fondamentale il lavoro di équipe”.

In particolare, per facilitare il percorso di Hussain, Mena e gli altri operatori dell’area lavoro si sono impegnati per costruire una relazione di fiducia con la datrice di lavoro, il che ha alleggerito e velocizzato un processo sulla carta molto lungo e complesso. “Queste sinergie, per quanto si tenti sempre di ricercarle, non si creano spesso”, racconta Mena. “È un lavoro silenzioso, che noi operatori costruiamo quotidianamente mediando tra beneficiari e aziende, e costruendo reti e ponti per facilitare i percorsi di inserimento lavorativo”.

Nella storia di Hussain, un ruolo chiave l’ha avuto proprio Irene, che fin dall’inizio ha instaurato con lui una relazione positiva, facendolo sentire capito. “Tanti anni fa, quando sono arrivata a Bologna, ricordo il razzismo verso le persone del sud Italia”, racconta Irene. “Per fortuna ho avuto la fortuna di crescere in campagna, dove le signore avevano un approccio meno discriminante. Loro mi hanno insegnato a fare i tortellini, e io a preparare gli arancini. Questa esperienza mi ha aiutato a non avere pregiudizi e maturare una coscienza diversa”. L’azienda GM Metalservice è nata nel 2012 per recuperare metalli di scarto, lavorarli e poi mandarli in fonderia. “All’inizio andavo con il mio camioncino a bussare nelle aziende e chiedere se serviva qualcuno che smaltisse rottami”, continua Irene. “Mi guardavano strano, perché è un lavoro prettamente maschile. All’inizio è stata dura, ma piano piano sono partita. Per questo capisco cosa vuol dire cominciare praticamente da zero”.

“Quando si parla di disabilità, il tema della ricerca del lavoro è ancora più complesso”, spiega Mena Sacchetti. “Le aziende che assumono sono poche: stiamo cercando di sensibilizzare le imprese del territorio affinché sempre più si aprano a questa possibilità. Ci sono tante persone che potrebbero dare un grande contributo”.

Quello di Irene, proprio come quello di Hussain, è stato un percorso graduale, fatto di tanto impegno e lavoro, fatiche e vittorie. “Hussain ci aiuta tantissimo, lavora come tre persone insieme”, conclude Irene. “E poi ogni volta che ho bisogno c’è, e questo non è scontato”. Finito il percorso nell’accoglienza, Hussain andrà a vivere con il suo collega Boh a Cento, in un appartamento trovato proprio dai suoi datori di lavoro. “Voglio continuare a lavorare”, conclude Hussain, “e portare il prima possibile la famiglia in Italia. Mi mancano, voglio stare con loro”.

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