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L’italiano che ispira: una nuova didattica dell’insegnamento dell’Italiano L2

“L’italiano che ispira. Didattiche innovative e tecniche laboratoriali per l’insegnamento della lingua italiana a discenti stranieri”. È questo il titolo della giornata seminariale di studio e approfondimento sulla didattica dell’insegnamento dell’Italiano L2 organizzata da Asp Città di Bologna, Comune di Bologna (Centro RieSco), Cpia Metropolitano e Cefal in occasione della Giornata Europea delle Lingue. La giornata viene promossa ogni anno congiuntamente dal Consiglio d’Europa e dalla Commissione Europea allo scopo di valorizzare la diversità linguistica dell’Europa e di incoraggiare l’apprendimento delle lingue.

L’evento si è tenuto venerdì 26 settembre 2025, la mattina a Palazzo d’Accursio con una prima sessione di interventi con esperti ed esperte negli ambiti della didattica e della pedagogia sociale, e il pomeriggio presso il Cpia Metropolitano di Bologna con una seconda parte di attività ludico-laboratoriali a cura di Cefal con il progetto FAMI “PassworLd”.

L’insegnamento dell’italiano all’interno del progetto SAI

A introdurre la giornata è stata Rita Paradisi, Responsabile del Servizio Protezioni Internazionali di ASP Città di Bologna. “L’organizzazione del Progetto SAI prevede per ogni beneficiario o beneficiaria 15 ore settimanali di apprendimento dell’Italiano L2”, spiega Paradisi. “Questo richiede la capacità di capire in quali contesti le persone possono imparare meglio la lingua: non è solo nella scuola, è anche nell’interazione della vita quotidiana”.

Purtroppo è difficile garantire a tutti questa opportunità, perché le risorse sono limitate. “Il Cpia non riesce ad accogliere tutti, per questo abbiamo sviluppato una collaborazione con le organizzazioni di volontariato che offrono corsi a tutti i beneficiari”, afferma Paradisi. “Il coordinamento per l’italiano L2 si occupa di creare e rafforzare la rete di soggetti, istituzionali e non, che si occupano dell’insegnamento della lingua, mappando i corsi già esistenti per metterli a disposizione del sistema SAI”.

Parallelamente, si sta lavorando alla costruzione di strumenti e metodologie della didattica da offrire a tutti i docenti L2 del territorio, e si sta rafforzando un raccordo con l’Area Formazione e Lavoro del SAI, affinché l’insegnamento dell’italiano sia inserito anche nei corsi di formazione professionale.

“All’interno del SAI abbiamo 11 docenti di italiano”, conclude Paradisi. “Abbiamo anche attivato uno sportello dedicato, a cui si rivolgono i beneficiari per definire le proprie capacità linguistiche ed essere indirizzati a corsi adatti al loro livello”.

La Summer School del Centro RiESco

Tra le iniziative più importanti in città c’è la Summer School del Centro di Documentazione e Intercultura RiESco, una scuola estiva rivolta agli studenti del primo e del secondo biennio degli Istituti superiori di Bologna e provincia. Nata dall’esigenza di contribuire a colmare il vuoto di servizi educativi interculturali che si registra abitualmente dopo la chiusura delle scuole nel mese di giugno, l’iniziativa nasce per promuovere i processi di socializzazione, l’espressione personale e creativa, valorizzando le capacità dei giovani e aiutandoli a rafforzare le competenze linguistiche della lingua italiana in modo ludico e cooperativo. Considerando l’importanza della lingua e la possibilità di apprenderla in un contesto extra-scolastico, a stretto contatto con ragazzi di nazionalità diverse, il Centro RiESco ha esteso l’iniziativa anche a un certo numero di studenti stranieri provenienti dalle classi terze della scuola media, a ragazzi neo-arrivati e a studenti italiani.

“Ogni estate coinvolgiamo tra 290 e 320 allievi di circa 20 scuole medie e superiori”, spiega Mirca Ognisanti del Centro RiESco. “Siamo riusciti a portare un vento nuovo nell’insegnamento dell’italiano L2. Negli ultimi quindici anni l’amministrazione cittadina ha lavorato per trasformare la pedagogia e l’educazione attraverso l’outdoor education: noi abbiamo cercato di raccogliere questi spunti, e abbiamo lavorato per andare verso un cambiamento. Optiamo per una didattica che privilegia lo spazio all’aperto, e che vede la città come una grande aula. Le lezioni si tengono in contesti di verde pubblico, giardini, spazi verdi vicino alla scuola… Tanti input vengono dal patrimonio pubblico, pensiamo ad esempio all’Archiginnasio. È come se Bologna fosse un immenso libro aperto, tutto da leggere”.

Coinvolgere i ragazzi, soprattutto in un periodo come l’estate, però non è semplice. “La cosa che fa svegliare ogni giorno gli studenti e li fa andare a scuola è il fatto che si sentono parte della vita culturale della città. Negli spazi aperti riescono a interagire di più con i loro compagni: sono tante le amicizie e i legami nati nella Summer School”.

L’intelligenza artificiale nell’insegnamento di una lingua

Un elemento nuovo che può rivoluzionare le metodologie didattiche è anche quello dell’intelligenza artificiale: oggi l’AI sta entrando nei processi conoscitivi e nell’interazione didattica tra docente e studente. “Con l’AI, questa interazione richiede di sviluppare capacità ancora più elevate nel fare didattica, rispetto a solo pochi anni fa”, spiega Luca Ferrari, professore di didattica trasformativa al Dipartimento di scienze dell’educazione dell’Università di Bologna. “Il digitale può essere un facilitatore, ma anche una barriera all’accesso, e certi target sono più colpiti da questi divari”.

Ferrari spiega che l’apprendimento in età adulta ha alcune caratteristiche: per imparare serve un interesse, una motivazione forte, e l’adulto deve costruire la conoscenza attraverso la propria esperienza e i propri bisogni.

In che modo allora l’AI generativa può sostenere l’insegnamento agli adulti? “L’AI generativa è uno strumento per costruire proposte didattiche, ma anche individualizzare gli interventi”, afferma Ferrari. “Le industrie stanno iniziando a sviluppare dei chatbot rivolti all’educazione, progettati sulle esigenze formative di insegnanti e studenti. Tutto questo ha dei pro e dei contro: l’AI sicuramente può dare nuovi spunti, ma va usata con cautela. Se utilizzata con senso critico come strumento di brainstorming è utile, se utilizzata in modo acritico diventa problematica”.

L’italiano L2 in contesto migratorio

In tutto ciò, è importante non perdere di vista il contesto. La migrazione è un processo molto complesso, che attraversa molti paesi, molte culture, molte lingue, coinvolge le progettualità di vita e le relazioni interculturali tra le persone. “Il vivere migrante è un’esperienza di intersezione, di condivisione”, spiega Marta Salinaro, ricercatrice in Pedagogia Generale e Sociale presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna. “Insieme alle persone, viaggiano anche le lingue. Come ridare potere alla lingua come strumento utile a favorire una comunicazione interculturale? Ovviamente tra insegnante e discente c’è una relazione di potere, e questo è un punto di partenza, ma bisogna mantenere aperta la dimensione di ascolto e orizzontalità”.

È importante allora adottare una pedagogia postcoloniale, per mettere in luce le forme sottili di stereotipizzazione che attraversano le pratiche educative. Come evitare di trasformare la didattica in uno strumento che replica pratiche assimilazioniste? “Un otttimo esempio di educazione linguistica decoloniale è rappresentato dal libro Cassandra a Mogadiscio di Igiaba Scego”, afferma Salinaro. “L’educazione linguistica riguarda il modo in cui immaginiamo di costruire relazioni rispettose e autentiche. Insegnare una lingua significa aprire spazi di possibilità”.

Voci, diritti e pedagogia del vivere migrante

E poi c’è la cosiddetta “Language teacher cognition”, un campo applicato della linguistica che studia la dimensione non osservabile dell’insegnamento. “Chi tiene le redini di una discussione in classe? Chi decide chi parla? Quanto tempo parla un’insegnante e quanto gli alunni?”, si chiede Claudia Borghetti, professoressa e coordinatrice del Corso di laurea magistrale in Lingua e cultura italiane per stranieri dell’Università di Bologna. “Ogni insegnante ha le proprie credenze sull’apprendimento della lingua: c’è chi pensa che per imparare bene è necessario leggere o guardare libri in lingua, o studiare con un’insegnante madrelingua, chi crede che bisognerebbe andare all’estero, chi è convinto che i bambini imparino più facilmente degli adulti. Alcune di queste credenze sono vere, altre meno, ma tutto dipende dal contesto e dalla persona”.

Borghetti spiega che spesso si tende a privilegiare l’insegnamento grammaticale, anche quando riconosciamo la natura comunicativa della lingua e dell’apprendimento linguistico. “Si può parlare senza grammatica? Sì, si può!” afferma. “Ma se voglio avere più fiducia in me stessa, se voglio migliorare la mia posizione sociale, se voglio far ridere in un’altra lingua, la grammatica serve. L’importante è riconoscere che si può insegnare una lingua anche senza la grammatica, ci sono molte metodologie”. L’importante è non veicolare, attraverso l’insegnamento, gli stessi stereotipi da cui rifuggiamo nella vita quotidiana. “Spesso adottiamo in modo inconsapevole materiali didattici che contraddicono i principi di equità sociale in cui crediamo”, conclude Borghetti. “Come ogni altro tipo di testo, quello didattico può veicolare stereotipi culturali, dobbiamo fare molta attenzione”.

Approcci differenziati e competenza pragmatica al centro

Le possibili metodologie sono tante. “L’approccio didattico comunicativo parte da un presupposto: spesso l’insegnamento dell’italiano è molto orientato alla lingua scritta, e tende a usare materiali stereotipati, raramente autentici rispetto al reale parlato”, spiega Sabrina Ardizzoni, ricercatrice all’Università per stranieri di Siena e all’Università di Bologna. “Un primo passo è stata l’introduzione della metodologia Focus on form, che punta all’apprendimento della grammatica a partire da un testo, una canzone, un dialogo reale”.

La lingua però ha soprattutto una funzione pragmatica, “la lingua come azione”: insegnare italiano L2 oggi significa andare oltre la grammatica, per abbracciare la sua valenza pragmatica e sociolinguistica. “La competenza pragmatica implica ad esempio il sapere quando parlare e quando no, quale forma usare, a chi rivolgersi e in quale modalità, utilizzando frasi socialmente appropriate”, spiega Ardizzoni. “L’esempio classico è l’uso del tu o del lei, a seconda del contesto”. Per questo è necessario compiere un’analisi critica della didattica, proponendo una visione che predilige la competenza pragmatica a quella grammaticale. “La competenza linguistica non si può limitare al ‘sapere’ le norme, ma deve includere il ‘saper fare’ con lo strumento della lingua”, conclude.

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