Migranti agricoltori con il “social farming” al Corno alle Scale

Migranti agricoltori con il “social farming” al Corno alle Scale

Ogni storia contiene in sé infinite altre storie, che si diramano e si intrecciano tra loro prendendo le più varie direzioni e riempiendosi a vicenda di significati e valori nuovi. Ci sono alcune storie, però, che più di altre appaiono come crocevia di vite, di destini, di scelte e visioni del mondo, luoghi di incontro tra ciò che eravamo e che vorremmo o potremmo essere.

Migranti agricoltori con il “social farming” al Corno alle Scale    Migranti agricoltori con il “social farming” al Corno alle Scale

La storia che raccontiamo allunga le sue radici fino al 1982, quando un giovane olandese di nome Simon si innamora di un angolo piuttosto remoto dell’Appennino bolognese e, insieme ad alcuni amici, decide di trasferirsi a coltivare erbe aromatiche e piante officinali a due passi dal parco naturale del Corno alle Scale, avviando a Rocca Corneta un’azienda agricola biologica che battezza “Cà dei fiori”. Col tempo l’azienda cresce grazie all’impegno e alla passione di questi primi “coloni”, che per primi vedono in questa terra pendente e scomoda da lavorare, a 800 metri di altitudine, una risorsa che gli abitanti originari del luogo preferiscono lasciare, scegliendo magari il lavoro che in quegli anni non manca nelle imprese del fondovalle. Dopo Simon, alcuni altri agricoltori, sempre da altri luoghi, si trasferiscono tra la fine degli anni ’80 e i ’90 nei campi e nelle vecchie case da ristrutturare di Rocca Corneta. Poi, a partire da una decina di anni fa, arrivano ulteriori nuove forze dal Veneto: Luigi, Elia, Michele sono giovani agricoltori che uniscono la passione per il ritorno alla terra a un’alta competenza tecnico-scientifica. Forse non sono riusciti a trovare un costoso appezzamento in pianura e accettano – o magari proprio la cercano – la stimolante sfida dell’agricoltura di montagna. Una scelta che comporta anche una vita ritirata ed essenziale, a stretto contatto con la natura.

Una manciata di anni fa arriva da Lugo anche Francesco Penazzi, fresco di master con lode in Orticoltura, conseguito dopo la laurea in Agraria all’Università di Bologna. Acquista dieci ettari di terreno e inizia a coltivare, con metodo biologico e sostenibile, erbe officinali e sementi. D’estate melissa, achillea e menta crescono bene nei terreni a lungo trascurati e ora rivitalizzati dal lavoro di Francesco. Durante l’inverno provvede da solo alle tante incombenze per preparare i campi per la bella stagione. Quando arriva la primavera, però, un aiuto occorre in tutte le fasi, dalla semina fino all’essicazione delle erbe.
È a questo punto, sul finire del 2017, che la storia prende una direzione che non era prevedibile al suo principio. Entrano nuovi protagonisti inattesi e grazie a una felice intuizione di Francesco le casualità si trasformano in un progetto che apre scenari e possibilità ancora tutti da esplorare.

Il progetto è nato dall’incontro di tre fortunati eventi
Come ciò sia avvenuto lo spiega Francesco, mentre sediamo nella cucina della canonica della parrocchia di Rocca Corneta, punto di ritrovo per gli agricoltori che oggi si prendono cura della terra di questa frazione di Lizzano in Belvedere. “Ci sono stati tre eventi fortunati che si sono incontrati e hanno reso possibile il nostro progetto – racconta -. Il primo è la nostra presenza qui: con il nostro arrivo, uno dopo l’altro, abbiamo dato vita a diverse piccole aziende agricole. Abbiamo acquistato i campi dai proprietari locali, che ormai non li coltivavano più perché in gran parte anziani. Qualcuno di noi si è trovato bene e ha deciso di fermarsi quassù per realizzare il suo progetto e costruire così un minimo di comunità duratura. Il secondo fattore fortunato è stato Mamadou, un trentenne senegalese che faceva parte di un progetto di seconda accoglienza e che era stato assunto come stagionale da uno degli agricoltori. Oggi si è trasferito a Roma, ma è stato la scintilla che ci ha fatto aprire alla collaborazione con i migranti. Dopo di lui vennero a lavorare da stagionali Bama e poi Abdoulay. Siamo entrati così in contatto con la struttura SPRAR di Lizzano, gestita da Lai-momo e seguita dall’operatrice Tullia, che si occupa dell’orientamento al lavoro nell’ambito dei progetti di accoglienza. Poco dopo – ecco il terzo evento che ci serviva – abbiamo incontrato la Fondazione Grameen Italia, che studia programmi di microcredito e promuove l’autoimprenditorialità. Stavano cercando di inserire tirocinanti per fare formazione in piccole o piccolissime aziende agricole e imparare come si può creare una propria impresa. La Fondazione ha promosso il bando europeo per il progetto di social challenge “A nursery for social farmers”, da sviluppare coinvolgendo immigrati sull’Appennino bolognese. Chi, come la mia azienda, ha vinto il bando ha avuto un contributo per pagare il lavoro dei tirocinanti”.

Sei mesi al lavoro nei campi per imparare a gestire un’azienda agricola
Nel maggio 2018, alla partenza del progetto, entrano nella storia due ragazzi ospiti della casa SPRAR di Lizzano: Jean, che ha 25 anni e viene dalla Guinea, e Insa, che ha 26 anni ed è senegalese. Da primavera a novembre dell’anno passato hanno affiancato Francesco nei campi, seguendo da vicino tutto il ciclo della produzione delle erbe officinali: dai trapianti alla crescita, fino all’essicazione e alla vendita.

Migranti agricoltori con il “social farming” al Corno alle Scale
“Abbiamo iniziato ripulendo insieme un campo dalle erbacce ma poi, passo dopo passo, i ragazzi hanno visto e partecipato a tutto quello che accade in un’impresa agricola come la nostra – spiega Francesco -. Hanno lavorato con noi 30 ore la settimana, in tutte le fasi, e hanno avuto gli strumenti per farsi un’idea di come funziona un’azienda agricola in Europa, un contesto molto diverso da quello dei loro Paesi, con tutte le certificazioni necessarie, la filiera complessa e le barriere all’ingresso… Siamo anche stati in visita alle aziende vicine, qui a Rocca Corneta, e siamo andati a vedere come funzionano aziende più grandi, nella pianura bolognese. I ragazzi, aiutati da Filippo, uno degli agricoltori della nostra zona, hanno potuto dedicarsi anche a una loro personale micro produzione in un orto, in modo da poter disporre di verdure e ortaggi che potevano gestire come meglio ritenevano. Crediamo che questo primo anno di progetto abbia avuto un bilancio positivo per tutti. L’idea ora sarebbe accogliere qui ogni anno dei migranti per lavorare in questo progetto, ma ci piacerebbe anche tantissimo se qualcuno decidesse poi di diventare agricoltore come noi e si fermasse nella nostra comunità rurale”.

Jean: “Vorrei avviare in Italia la produzione di piante africane”
Jean ci parla dell’esperienza dello scorso anno, e degli sviluppi più recenti, mentre in auto lo accompagniamo alla sua casa SPRAR di Lizzano. “Sono in Italia da più di 2 anni, trascorsi quasi sempre a Lizzano – dice -. Ho fatto alcuni lavoretti negli hotel, ho cantato nel coro della chiesa, ho seguito un corso da badante a Bologna…”. Jean, come confermano tutti quelli che lo conoscono e lo apprezzano a Lizzano, ha una naturale propensione per gli affari. “Al mio Paese facevo l’idraulico e aiutavo anche mio padre che aveva un terreno con piante di caffè: mi piacerebbe fare un’attività di import-export di caffè con l’Italia”. Ma l’idea a cui tiene di più sta cercando di portarla avanti con il progetto CRIB, alle Serre dei Giardini Margherita di Bologna. Si tratta di una sorta di secondo step, dopo il progetto di social farming, che ha l’obiettivo di offrire strumenti di gestione d’impresa ai nuovi cittadini. “Mi sono fatto spedire da casa alcuni semi di piante africane che vengono usate sia nella medicina tradizionale che nell’alimentazione – prosegue –. Una di queste è molto indicata per le donne in gravidanza, mentre il gombo si mette insieme al riso in alcuni piatti. Vorrei avviare qui una produzione di queste piante, realizzando dei veri e propri orti africani. Se il mio progetto sarà selezionato, spero che possano aiutarmi a trovare i finanziamenti per avviarlo”.

Migranti agricoltori con il “social farming” al Corno alle ScaleInsa: “Curare l’orto è diventata una passione”
Se Jean ha colto più il lato imprenditoriale dell’esperienza nei campi di Rocca Corneta, Insa ha invece apprezzato le competenze agricole apprese e il contatto con la natura. Vive a Lizzano da un anno e mezzo ed è ora assunto in un albergo-ristorante del posto. “A casa ho fatto il contadino fin dall’età di 7 anni – racconta -. Abitavo in un paese molto piccolo, in mezzo alla campagna. Mi è piaciuto molto prendermi cura dell’orto insieme a Filippo e delle piante officinali con Francesco. Ho imparato tante cose, loro mi spiegavano come fare e io lo facevo. Mi piacerebbe trovare un lavoro come quello, intanto come hobby mi occupo dell’orto dell’albergo in cui lavoro”.