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I minori accolti nel SAI visitano la mostra di Bansky grazie al “biglietto sospeso”

La visita inizia con una domanda: “Conoscete Banksy?”. Poi la guida tira fuori un tablet e mostra le foto di alcune delle opere più famose dell’artista. “Questa mostra parla di lui e di Bristol, la città dove si è formato”. Ad ascoltarlo ci sono cinque Minori Stranieri Non Accompagnati (MSNA) insieme ai loro due operatori, che hanno potuto visitare la mostra “Banksy Archive 01 – The School of Bristol 1983-2005”, allestita a Palazzo Fava, grazie al progetto del “biglietto sospeso”. L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra Fondazione Carisbo, Opera Laboratori e ASP Città di Bologna ed è possibile anche grazie alle donazioni dei visitatori della mostra.

In tutto sono circa un centinaio le persone coinvolte nel progetto tra MSNA, operatori e le famiglie accoglienti del progetto Vesta. Il pomeriggio del 9 giugno i ragazzi sono cinque: c’è Amadou dal Gambia, poi Sulayman dalla Costa d’Avorio, e Yasin, Mahmoud ed Essam, tutti e tre dall’Egitto. Hanno tutti tra i 16 e i 17 anni, e vivono in due strutture di accoglienza, entrambe gestite dalla cooperativa Arca di Noè: Casa Cabrini e Casa Salute. Con loro ci sono due operatori, Stefano e Amir.

Il piccolo gruppo attraversa le maestose sale affrescate, che contrastano con le opere di street art ospitate nella mostra. Durante la visita la guida, Giacomo, parla italiano, poi ogni volta inizia una catena di traduzioni: gli operatori Amir e Stefano traducono rispettivamente in arabo e in francese, mentre Amadou – che parla bene italiano – traduce in mandinka, che somiglia al bambarà parlato da Sulayman. Insomma, ci vuole un po’ di tempo, ma l’importante è che tutti capiscano.

Da subito appare chiaro che i cinque ragazzi non conoscono la street art, ma sono curiosi di saperne di più. “A Bristol nel 2020, durante una manifestazione del movimento Black Lives Matter, la folla ha abbattuto la statua di Edward Colston, un noto mercante di schiavi, e l’ha buttata in mare”, racconta Giacomo. “Quattro persone sono state processate per danneggiamento aggravato. Per raccogliere fondi per le loro spese legali, lo street artist Banksy ha stampato una maglietta con il disegno di un piedistallo senza la statua, e con una corda a penzoloni”.

Giacomo parla in modo chiaro e semplice, per permettere a tutti di seguire anche in una lingua molto diversa dalla propria. Fa molte domande e interagisce spesso, e così riesce a coinvolgere i ragazzi nella visita.

“Sapete cos’è un graffito?” chiede per rompere il ghiaccio. Tutti restano in silenzio. “Sapete cos’è la street art?” Qualcuno dice timidamente: “Sono i disegni sul muro fatti con le bombolette spray”. Giacomo racconta allora che negli anni ’80 il film White style ha raccontato le vite dei writer di New York: la pellicola ha fatto il giro del mondo ed è arrivata anche a Bristol, dove tanti giovani si sono innamorati di questo tipo di arte. Bristol infatti è una città più ricettiva di altre, che presto sviluppa un filone artistico proprio.

“Perché gli artisti si facevano chiamare con nomi inventati secondo voi?”, domanda Giacomo. I ragazzi lo guardano ma non rispondono. “Per non farsi riconoscere dalla polizia”, prosegue lui. “Anche tu Yasin sembri un writer, con quegli occhiali a specchio”, scherza. Tutti ridono, e allora Yasin si toglie gli occhiali.

La visita prosegue tra un’opera e l’altra. Ci sono diverse foto di quelli che diventeranno famosi street artist, che ai tempi apparivano come ragazzini neomaggiorenni in cerca di una loro strada, proprio come Amadou, Sulayman, Yasin, Mahmoud ed Essam.

La mostra parla anche della tecnica a stencil: per spiegare di che si tratta, Giacomo mostra un video sul suo tablet. Sostanzialmente si parte da una sagoma traforata che, appoggiata su una superficie, permette di fare disegni o scritte con la vernice. “È stata una vera rivoluzione, perché ci vuole poco tempo per realizzare un’opera intera”, spiega Giacomo. “Banksy è il re dello stencil”. In una teca c’è anche la rivista Bizarre Magazine, dove nel 2002 l’artista ha inserito una sagoma da ritagliare affinché chiunque potesse replicare le sue opere.

I ragazzi ascoltano, a volte partecipano, altre volte restano un po’ interdetti. Amadou a un certo punto trova il coraggio e chiede: “Ma perché gli artisti fanno i graffiti?” Giacomo spiega che è un modo per lasciare un messaggio. “Ma allora perché gli artisti vogliono restare anonimi?”, continua Amadou. “Forse è per rendere ancora più forte il loro messaggio”, risponde Giacomo.

Dopo un’ora la visita si conclude. Giacomo saluta il gruppo, che si avvia verso l’uscita. “Quando ero al Cairo anche io ho fatto qualche disegno sui muri, volevo rappresentare il mio cane”, conclude Mahmoud. “La street art esiste anche da noi, ma non sapevo che dietro ci fosse tutto questo”.

Foto di Elettra Bastoni

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