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Professione orientatore: cosa fa un operatore dell’area lavoro del progetto SAI

Di Alice Facchini

“Il mio ruolo è quello di ‘orientatore’: in pratica aiuto le persone a cercare un lavoro, le oriento, appunto, e le supporto in tutti i passaggi, dalla ideazione di un percorso di inserimento, alla scrittura del curriculum, passando per corsi di formazione e/o tirocini, fino all’eventuale firma di un contratto”. Angelo Tavano, 35 anni, è un operatore dell’Area Formazione e Riqualificazione professionale, Orientamento e Accompagnamento all’Inserimento lavorativo” del progetto SAI di Bologna. Si è approcciato a questo mestiere diversi anni fa con la cooperativa sociale Lai-momo, prima come operatore sociale in accoglienza, poi dal 2019 in quest’area specialistica. Un compito complesso, a fronte di un mercato del lavoro il cui funzionamento è poco conosciuto da chi viene da lontano e magari non parla bene la lingua.

“Oggi pomeriggio ho un colloquio con un beneficiario per proporgli un corso di formazione professionale in metal meccanica. Ci siamo già incontrati tre volte, e durante questi primi colloqui abbiamo deciso insieme di provare a svolgere una formazione in questo ambito lavorativo. Oggi vorrei fornirgli più informazioni, parlargli di come il corso sarà strutturato, la durata e gli orari. Controllare insieme dove si trova l’ente di formazione, per capire come poterci arrivare con i mezzi pubblici da casa sua. Parlare nuovamente anche dell’ambito lavorativo, con degli esempi concreti, ma anche visualizzando immagini o video che possano aiutarlo a capire meglio il lavoro che andrà ad imparare, e di come potremo utilizzare successivamente le competenze che acquisirà. Sarò lì per rispondere a tutte le sue domande e i suoi dubbi, in modo che possa essere deciso in merito al percorso che andrà ad iniziare”.

In cosa consiste il lavoro di orientatore?

“Svolgiamo prevalentemente quattro tipi di attività: accompagnamento della persona nella conoscenza e consapevolezza in merito al mercato del lavoro, ai propri diritti e doveri, e alla ideazione di un vero e proprio progetto personale di inserimento lavorativo; attivazione di corsi di formazione professionalizzanti e inserimenti in azienda attraverso tirocini formativi; supporto alla ricerca attiva del lavoro anche con attività laboratoriali, individualizzate o in gruppo, e qualche volta anche supporto all’auto-impresa”.

Come avviene il primo contatto tra un orientatore come te e un beneficiario o beneficiaria del progetto SAI? 

“Si comincia con un colloquio di presa in carico, in cui ci si conosce e si definiscono gli obiettivi. Poi facciamo vari incontri, all’inizio molto ravvicinati, a distanza di pochi giorni, poi più dilatati. Ci sono beneficiari di varie età, con situazioni di vita molto diverse. Se mi trovo davanti un ragazzo o una ragazza neomaggiorenne che non ha mai lavorato e non ha esperienza, gli propongo di costruire insieme un percorso che di solito parte da una formazione, passa per un tirocinio e poi arriva alla ricerca attiva del lavoro. Se invece si tratta di una persona che conosce già un mestiere, si parte dalla valutazione in merito alla riqualificazione o alla riprogettazione in direzione di nuovi ambiti di inserimento ed in seguito si prosegue la ricerca attiva del lavoro. Ci sono persone che hanno lavorato per tanti anni e preferiscono provare a valorizzare le competenze che già possiedono in quel determinato settore lavorativo per inserirsi direttamente nel territorio, anche in questi casi hanno il nostro supporto.”

In che modo create la connessione tra l’azienda e il lavoratore?

“Uno strumento molto importante è quello del tirocinio formativo: seguiamo tutto il percorso, dalla ricerca dell’azienda ospitante, al primo colloquio e monitoraggio in itinere, alla conclusione, ed anche la fase dell’assunzione. Facciamo anche accompagnamenti in azienda: l’obiettivo è quello di supportare il beneficiario e la beneficiaria, ma anche di conoscere meglio la realtà in cui andrà a fare il tirocinio, e sciogliere eventuali dubbi o domande al datore di lavoro. Ci sono aziende che sono più predisposte ad insegnare un mestiere e altre che lo sono un po’ meno: prestiamo molta attenzione ad evitare il coinvolgimento di quelle imprese che accolgono tirocinanti senza reali finalità formative e di assunzione. L’obiettivo invece dev’essere formare una persona e accompagnarla in un percorso di crescita verso un contratto vero e proprio.”

Partiamo dall’inizio: il colloquio con l’azienda. Per una persona arrivata da poco in Italia, che magari non conosce bene la lingua, non sarà facile.

“È un momento delicato, anche emotivamente. Per questo facciamo diverse simulazioni: mi metto seduto, prendo il curriculum in mano, e faccio le domande proprio come se fossi un selezionatore. Questa è anche un’occasione per allenare l’italiano e imparare la terminologia specifica che si usa in quei contesti. Ovviamente durante il vero colloquio in azienda c’è una certa agitazione, che manca nella simulazione, ma almeno le persone arrivano pronte. Purtroppo, ci sono selezionatori che fanno anche domande personali, che a volte risvegliano ricordi complessi da gestire: in quel caso, spieghiamo alle persone che supportiamo che possono anche dire con gentilezza che preferiscono non rispondere.”

Successivamente in che modo seguite il percorso di tirocinio?

“Periodicamente facciamo colloqui di monitoraggio con il tutor dell’azienda, per valutare come sta andando il tirocinio e fare il punto della situazione. Se ci sono difficoltà interveniamo subito: i problemi più frequenti sono legati soprattutto alle soft skills, ad esempio il fatto di non arrivare puntuale, o non comunicare quando c’è un imprevisto e non si riesce ad essere presenti, oppure ci sono difficoltà con la lingua. Ci sono anche esperienze di tirocinio molto positive: penso ad esempio a una ragazza neomaggiorenne, che aveva una disabilità fisica che le comportava difficoltà motorie. Lei ha fatto un tirocinio formativo di sei mesi in una cooperativa come segretaria, dopo aver svolto un percorso di formazione e due stage. Aveva un ottimo livello di italiano e dei bei modi di fare: è stata un’esperienza molto positiva, che ha potenziato le sue capacità. Alla fine c’è stata l’assunzione.”

Quanto è importante la sfera del lavoro per inserirsi all’interno di una comunità?

“È fondamentale. Al lavoro si migliora la lingua, si conoscono persone, si costruisce una rete. Da poco ho seguito un ragazzo di 22 anni, che ha deciso di specializzarsi come metalmeccanico: prima abbiamo fatto un percorso formativo di tre mesi con la Fondazione Aldini-Valeriani, a cui è seguito uno stage di 120 ore in un’azienda in Appennino, vicino a dove abita lui. Dopodiché abbiamo avviato un tirocinio di tre mesi, che poi è stato rinnovato di altri tre mesi, e infine c’è stata l’assunzione con un contratto di apprendistato di cinque anni. Quando il ragazzo è uscito dal percorso di accoglienza, l’azienda l’ha supportato nella ricerca di una casa.”

Perché si parla di ricerca “attiva” del lavoro?

“Quello che facciamo è insegnare come si cerca lavoro qui in Italia, sia fisicamente, sia utilizzando gli strumenti digitali, come il computer o lo smartphone. Lavoriamo per la persona, ma anche insieme alla persona: siamo qui in qualità di facilitatori, di aiutanti, diamo degli strumenti, ma poi è il beneficiario/la beneficiaria a dover scegliere attivamente quale strada vuole percorrere, il nostro faro è l’autonomia della persona.”

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