Razan, i sapori (e gli orrori) della Siria

Razan, i sapori (e gli orrori) della Siria

Per Razan l’integrazione passa anche attraverso un piatto di dolci tipici al formaggio presentati sul piatto con la cura, la precisione, la pulizia di una food blogger. Sorride timidamente quando glielo facciamo notare, poi abbassa gli occhi e dice con decisione: “Ma io non potrei mai postare le foto dei miei piatti su Facebook, per rispetto dei tanti che nel mio Paese non hanno niente da mangiare”.

Cuoca per il catering di Altre Terre

Sì, perché Razan Mardini è una Siriana che, dopo lo scoppio della guerra, è stata accolta in Italia come rifugiata insieme al marito e ai quattro figli. Si fa fatica a credere che la figlia più grande abbia vent’anni perché lei stessa sembra poco più di una ragazzina. Ci apre la porta dell’appartamento messo a loro disposizione dall’associazione MondoDonna onlus, che assiste la famiglia, nella zona Mazzini a Bologna. Pur provenendo da una cultura in cui il ruolo della donna è molto ridimensionato, Razan in Italia ha acquisito autonomia e sicurezza, anche perché è l’unica persona, al momento, che contribuisce al sostentamento della famiglia con il suo lavoro di cuoca per il catering Altre Terre di MondoDonna. Ed è riuscita a conciliare questo nuovo ruolo con le proprie credenze e tradizioni, senza forzature. “Mi piace molto cucinare, lo faccio da sempre e qui ho visto che la cucina siriana è molto apprezzata. Il catering per cui lavoro viene richiesto per eventi e feste private e, in base al tipo di cucina desiderata, mi chiamano per cucinare”.

Il marito di Razan, che conosce meglio l’italiano, segue la conversazione poi sparisce in cucina e ritorna con un profumatissimo caffè siriano al cardamomo. “Facciamo sempre tutto insieme – spiega -. Lui mi accompagna quando esco perché non vuole lasciarmi andare da sola, ma in casa aiuta nelle faccende”. Con il caffè c’è un piatto di dolci al formaggio, specialità della cuoca. “Si fanno sciogliere in pentola farina e mozzarella e con questo composto si prepara una sfoglia che viene farcita con mascarpone e ricotta”, spiega. Niente di meglio per mostrare le sue abilità di chef.

 

Razan, i sapori (e gli orrori) della Siria

 

Siamo insegnanti, trovare lavoro è difficile

Tra un assaggio e l’altro, racconta la loro storia. “Siamo maestri, mio marito insegnava inglese e io arabo ai bambini delle elementari. Avevamo una casa a Damasco e stavamo bene con i nostri quattro figli, due maschi e due femmine, che adesso hanno un’età compresa tra i 12 e i 20 anni. Dopo l’inizio della guerra siamo fuggiti in Libano, dove abitavamo in una casa e non in un campo profughi. Ma la situazione era molto difficile. Abbiamo fatto richiesta di protezione internazionale e ce l’hanno concessa quasi subito. Non pensavamo all’Italia, però…”. Il marito ci dice sorridendo che, quando l’hanno saputo, per loro è stato un po’ uno choc: “Pensavamo a Paesi come l’Inghilterra o il Canada perché tutti ci dicevano che l’Italia ha un’economia debole e non si trova lavoro”. Ma poi hanno acconsentito e otto mesi dopo, nel maggio del 2016, sono arrivati a Bologna e sono stati subito presi in carico da MondoDonna. Il lavoro, effettivamente, è difficile da trovare, soprattutto per chi come loro ha sempre svolto una professione intellettuale. In più il marito, non più giovanissimo, quando era in Libano ha avuto un infortunio che gli ha provocato la frattura di un femore, di cui porta ancora le conseguenze e che gli impedisce di svolgere lavori di fatica o che lo costringano in piedi troppo a lungo. Ha fatto un tirocinio in un museo, potrebbe insegnare la sua materia in una scuola privata, ma quasi sempre viene richiesta anche una buona conoscenza dell’italiano che ancora non ha.

Anche per una cuoca provetta come Razan non è facile poter lavorare nei ristoranti italiani, oltre tutto in una regione che è la patria del maiale. La carne di suino e il vino sono utilizzati per la preparazione di molti piatti e a un musulmano è proibito persino maneggiarli. Ma in epoca di mode vegane e di sushi non dovrebbe essere impossibile lavorare in cucine dove non si preparano ragù e cotechino. Proprio mentre si parla di tradizioni religiose il telefonino del marito segnala che è l’ora della preghiera, uno dei cinque momenti previsti nella giornata. Chiediamo se dobbiamo allontanarci, ma i coniugi siriani scelgono di proseguire il loro racconto: “Andiamo alla moschea di via Pallavicini solo il venerdì, perché per noi musulmani è come la domenica per i cristiani”.

I miei figli, bravissimi nello studio

Tornano da scuola le ragazze: entrambe indossano il velo per loro scelta, ma vanno in giro da sole. Frequentano entrambe il liceo scientifico, così come il ragazzo più grande. I genitori non lo dicono, ma ci pensa l’operatrice della onlus che li assiste: “Sono tutti bravissimi a scuola, anche se sono in Italia da soli due anni”. Negli occhi di Razan c’è la luce dell’orgoglio: “La ragazza più grande sta affrontando i test per entrare a Farmacia o a Medicina. Fare il medico è il suo sogno, ma occorrono tanti anni di studio e l’università costa tanto. Speriamo riesca ad ottenere qualche contributo di sostegno allo studio”. Il più piccolo, 12 anni, va anche a scuola di calcio. “Dobbiamo ringraziare di tutto MondoDonna e il progetto SPRAR. Siamo stanchi di spostarci da un posto all’altro, vogliamo solo un po’ di stabilità per i nostri ragazzi che devono finire la scuola”.

Guardate queste foto, il mio Paese è sotto le macerie…

Ma il pensiero di Razan e di suo marito va costantemente ai parenti e agli amici che hanno lasciato in Siria, che vivono negli scantinati usati come rifugi durante le incursioni aeree e che rischiano la vita ogni giorno. Si tengono in contatto con loro tramite i social. “Quando vediamo le foto che ci mandano, scattate nel quartiere dove vivevamo, ci piange il cuore”. Mostrano foto terribili arrivate su WhatsApp e raccontano che due mesi fa sette loro parenti, tra cui alcuni bambini, sono rimasti sotto le macerie di un palazzo bombardato. Difficile credere di poter ritornare un giorno. “Noi siamo grati all’Italia che ci ha accolti – conclude Razan – Speriamo che i nostri figli siano liberi e possano presto dare un contributo al Paese che ci ospita”.