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Una famiglia siriana dai traumi della guerra alla conquista dell’autonomia

Un cubo con una pallina in rilievo corrisponde alla lettera A, quindi al numero 1. Se il cubo ha 4 palline, la lettera è la G, la settima dell’alfabeto: il numero corrispondente di conseguenza è il 7. Ogni cubetto rappresenta un numero, e viene inserito nel reticolo di una tavoletta studiata per fare le operazioni in braille. Zein, 7 anni, e Yazan, 11 anni, la usano moltissimo quando fanno i compiti di matematica. “All’inizio non avevamo capito che Zein avesse problemi agli occhi, perché riusciva a distinguere bene le forme e i colori”, racconta la madre, Waed. “Poi ci siamo resi conto che fa fatica a vedere, e così gli abbiamo fatto studiare il braille”.

Mentre parla, Waed imbastisce la tavola con biscotti e caffè siriano. A Homs, dov’è nata, è questo il modo con cui bisogna accogliere gli ospiti quando vengono a farti visita a casa. E oggi, anche se ci sono quasi 3mila chilometri che la separano dalla terra natale, le tradizioni vanno mantenute. “Siamo arrivati in Italia dalla Siria nel marzo del 2019”, racconta. “Siamo una famiglia numerosa: con me c’è mio marito Khaled e i nostri quattro figli. Anas ha 18 anni ed è il più grande, poi c’è Nawar, 16 anni, e infine i più piccoli Yazan e Zein. Tutti tranne Anas sono ipovedenti. Quando siamo arrivati a Bologna, è stato difficile ambientarsi: non parlavamo l’italiano, non conoscevamo il contesto e vivevamo fuori città”.

Inizialmente a famiglia è stata accolta a Vergato, in una struttura gestita dall’associazione MondoDonna, nell’ambito del Progetto SAI del Comune di Bologna coordinato da ASP Città di Bologna. “Era un posto molto tranquillo”, racconta Nawar, l’unica figlia femmina. “Era comodo perché era tutto vicino e potevamo uscire da soli senza paura, ma non c’erano molte attività da fare”.

Nei tre anni trascorsi a Vergato, la famiglia ha avuto il tempo di ambientarsi: i ragazzi hanno iniziato la scuola, hanno imparato la lingua, mentre i genitori hanno cominciato a inserirsi nel mercato del lavoro. Khaled ha fatto due tirocini, uno come falegname e uno come operaio di un’azienda che si occupa di riciclo. Nel frattempo, ha preso la licenza media. Waed invece si è messa a studiare: in primis l’italiano, e poi il braille, per aiutare i figli. Anche lei ha preso la licenza media, e poi ha fatto diversi corsi di cucina: pasta fresca, pizza, ristorazione.

“Il carico familiare in parte complicava la ricerca del lavoro”, racconta Giulia Chieffo della cooperativa Abantu, che ha seguito Waed come operatrice dell’area lavoro del Progetto SAI. “A un certo punto, Waed ha saputo superare le difficoltà e trasformarle in resilienza: si è smarcata dall’idea di essere solo una madre, e ha trovato il suo modo di evolvere anche dal punto di vista lavorativo”. Non solo: il Progetto SAI ha supportato la famiglia anche dal punto di vista psicologico. “I nostri figli hanno sofferto molto per la guerra”, racconta Waed. “Era importante avere qualcuno con cui parlare, per buttare fuori tutto. Abbiamo fatto incontri con la psicologa, ci ha aiutato tantissimo”.

In quel periodo, la famiglia è entrata in contatto per la prima volta con l’Istituto dei Ciechi Francesco Cavazza di Bologna, che organizza giornate di autonomia per persone cieche o ipovedenti. “Conoscere l’Istituto è stato fondamentale”, racconta Waed. “Ci hanno aiutato a inserire i bambini a scuola, a usare i dispositivi digitali, e poi ci hanno coinvolto in molte attività, dal corso di braille a quello per usare il bastone”. In estate poi ci sono i campi estivi. “Ci hanno portato sull’Appennino romagnolo e siamo stati lì una settimana, è stato bellissimo”, dice Nawar. “Siamo andati in piscina, a vedere gli animali, mi sono divertita molto”.

A settembre 2022 la famiglia si è trasferita a Bologna, dietro la stazione, nella struttura Casa Spada gestita dalla cooperativa Arca di Noè, partner del consorzio L’Arcolaio. “All’inizio ci siamo occupati di tutte le pratiche burocratiche per iscrivere i ragazzi a scuola, al centro estivo, e per ricevere i sostegni per la loro disabilità”, racconta Piervittorio Bernich, operatore dell’accoglienza di Arca di Noè che ha seguito la famiglia. “Ne è valsa la pena: nel giro di poco tempo la famiglia ha raggiunto risultati importanti”.

Arrivare a Casa Spada, quindi, è stato come un nuovo inizio: “Oggi i ragazzi vanno a scuola, frequentano l’Istituto Cavazza e fanno sport: i piccoli karate, i grandi palestra”, racconta Khaled. “Io ho preso finalmente la patente. Ho frequentato un corso di formazione da elettricista, e adesso sto facendo uno stage con un’azienda di pannelli fotovoltaici”. Anche Waed, dopo aver affrontato un intervento per un problema di salute, prima ha fatto uno stage in una pasticceria, poi ha firmato un contratto part-time in un centro pasti per le mense scolastiche. “Ho ricominciato a spostarmi in bici, era da quando avevo 19 anni che non ci andavo”, ride. “Il Progetto SAI ci ha aiutato non solo con i documenti, per il mio intervento, ma anche emotivamente: sapere di avere qualcuno a cui chiedere aiuto è importante. Non ci siamo mai sentiti soli”.

di Alice Facchini

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