“Vivo con i miei genitori italiani, lavoro, gioco a basket”. La bella storia di Abu

Ci sono storie di integrazione che procedono rettilinee e positive fin dal loro inizio. Storie in cui ciascuna delle parti in causa gioca un ruolo fondamentale per la buona riuscita: il sistema di accoglienza e i suoi operatori che sanno sostenere il richiedente asilo preso in carico e valorizzare le sue potenzialità; il territorio che mette a disposizione risorse e opportunità; il singolo beneficiario che dimostra nei fatti la volontà di inserirsi al meglio nella nuova realtà. La storia di Abubakar, un ragazzo gambiano di 19 anni arrivato in Italia quando ne aveva soltanto 16, è un esempio di come un percorso di integrazione gestito bene può portare ottimi risultati per tutti.

Coinvolto nel progetto “Protetto – Rifugiato a casa mia”

“Abu” ha vissuto oltre un anno nella struttura per minori stranieri non accompagnati “Lunasole” di Campeggio di Monghidoro, gestita dall’allora coop Camelot. Nel 2018, una volta maggiorenne, si è trasferito a Casa Pederzana di Castenaso, struttura gestita da Cidas dove è rimasto per un anno. Dopodiché, sia perché il tempo del progetto di accoglienza era ormai scaduto sia perché aveva trovato un impiego che gli dava un reddito sufficiente, Abubakar ha iniziato un percorso in autonomia. Per avviare e facilitare questa nuova parentesi della sua vita Cidas ha attivato la Caritas, che ha coinvolto Abu nel progetto “Protetto – Rifugiato a casa mia”: da marzo scorso il giovane gambiano è ospite di una famiglia bolognese e vi resterà complessivamente per sei mesi.

“Mi trattano come un figlio, anche se… tifo Juventus”

“Li chiamo i miei genitori italiani – sorride Abu raccontando la sua storia –perché mi vogliono bene come a un figlio e io voglio molto bene a loro. Sono una coppia di sessantenni con tre figli, già fuori di casa, e sei nipoti che vengono spesso a trovare i nonni e che si divertono a giocare con me”. Il progetto Caritas non prevede alcun onere a carico di Abubakar per l’ospitalità ricevuta, ma lui non ne vuole sentire parlare: “Io ho un lavoro ed è giusto che partecipi, per quello che posso, almeno alle spese per il cibo – spiega -. La signora non accetta la mia quota mensile, così mi tocca insistere e lasciargliela quasi a forza. Non sono il tipo da farmi ospitare e mangiare gratis, non mi piacerebbe proprio. Loro poi vorrebbero tenermi ancora quando finiranno i sei mesi del progetto, ma io voglio essere autonomo e mi sto dando da fare per trovare un appartamento dove andare a vivere, da solo o con altri ragazzi. Mi farà però molto piacere mantenere il bel rapporto che si è creato con tutta la famiglia. Anche i bambini si sono affezionati a me, anche se spesso discutiamo un po’ perché loro tifano Bologna e io Juventus”.

“Sono musulmano ma ho studiato italiano in parrocchia”

Abu ha una camera tutta sua presso la famiglia di cui è ospite, con un PC a disposizione. “Mi stanno insegnando come usarlo e mi hanno fatto studiare italiano a un corso della parrocchia – racconta –. Sono musulmano ma né io né le persone della chiesa abbiamo alcuna difficoltà di convivenza. Ora sono in ramadan e mi alzo alle tre del mattino per mangiare: con i genitori abbiamo trovato questo accordo – scherza Abu – : mi preparo il cibo la sera, così non faccio troppo rumore di notte. Nei giorni normali capita spesso invece che gli prepari io dei piatti tipici del mio paese, mi piace cucinare”.

 

“Vivo con i miei genitori italiani, lavoro, gioco a basket”. La bella storia di Abu
Giovane migrante di origine gambiana lavora presso il Burger King di Castel Maggiore

 

“Le mie aspirazioni? Essere autonomo e avere la patente”

Da circa un anno Abubakar lavora al Burger King di Castel Maggiore con un contratto di apprendistato. “Faccio i turni, a volte il mattino o più spesso la sera dalle 19 alle 23,30. Mi trovo molto bene con i colleghi, sia italiani che stranieri. Ormai sono esperto della cucina, nella frittura e nel preparare gli hamburger – dice -. Negli ultimi giorni ho provato anche alla cassa, ma mi crea un po’ di ansia. Preferisco sicuramente stare in disparte, alla preparazione”. Al luogo di lavoro va con il bus e qualche volta, se deve rientrare quando i mezzi pubblici hanno terminato le corse, si fa dare un passaggio dai colleghi. “Vorrei presto diventare autonomo anche negli spostamenti – prosegue -. Il problema è che l’esame scritto per la patente è molto difficile se non parli bene l’italiano, sto studiando da sei mesi e non ho ancora avuto il coraggio di provare l’esame. Se ce la farò a prendere la patente vorrei comprare un’auto usata e magari dare io qualche passaggio ai colleghi”.

Nel tempo libero Abubakar ha conseguito il diploma di licenza media, in passato ha fatto anche un corso di teatro per imparare meglio la lingua e gioca a basket nella squadra “Il Grinta”, insieme a giocatori italiani e stranieri.

Nel suo futuro immagina un lavoro da meccanico, “ma dovrei fare un corso e per il momento voglio concentrarmi sul lavoro al Burger King”, aggiunge. Per Abubakar, come per molti altri migranti che come lui hanno già svolto un ottimo percorso di integrazione, resta però l’incognita del titolo di soggiorno, in base alle nuove disposizioni di legge. Il suo permesso per motivi umanitari, non più rinnovabile per la medesima forma di protezione, scadrà nel 2020. Perciò ora sta facendo le pratiche per ottenere il passaporto, necessario per poter trasformare il permesso per motivi umanitari in un permesso di soggiorno per motivi di lavoro, ora che un impiego stabile lo ha trovato.