Progetto SPRAR, il “modello Bologna” fa scuola

Il senso del seminario organizzato dal Servizio Protezioni Internazionali di ASP Bologna lo scorso 15 giugno, la prima delle iniziative organizzate per la Giornata Mondiale del Rifugiato, sta tutto nella battuta fatta in apertura dall’assessore Relazioni europee e internazionali, Cooperazione internazionale, Lavoro, Attività produttive, Politiche per il Terzo Settore del Comune di Bologna Marco Lombardo: “Se Bologna avesse il mare, i suoi porti sarebbero sempre aperti”.

In realtà questa è molto più di una boutade poiché fotografa nitidamente quel “modello Bologna” che ha rappresentato una costante in tutti gli interventi che si sono succeduti nel corso della mattinata dedicata a “Il progetto SPRAR metropolitano di Bologna: analisi e prospettive future”. Perché – ha detto l’assessore – “la vocazione di Bologna è costruire ponti non muri”. A proporre il concetto di “modello Bologna” è stato in particolare Pierluigi Musarò, docente di Sociologia e Diritto dell’Economia all’Alma Mater: “Questa città dimostra di avere un’ottima capacità di gestione dell’accoglienza. Da una parte viene messo in campo l’approccio olistico della presa in carico della singola persona e dall’altra vi è l’approccio di rete”. Lavoro di rete definito “fondamentale” anche da Annalisa Faccini, Dirigente del Servizio Protezioni Internazionali di ASP Bologna, che ha coordinato gli interventi.

Davanti a una platea gremita, con anche persone in piedi – presenti gli operatori delle cooperative sociali che gestiscono il progetto SPRAR Bologna – l’assessore Lombardo ha sottolineato che, oltre a quella locale, “è necessario costruire una rete di governo euro-mediterraneo” perché “il concetto di mare non è solo un concetto geografico ma identitario” e ha aggiunto che “prima ancora di parlare dei risultati è fondamentale far capire il valore politico di quello che è il sistema SPRAR, dal quale non vogliamo abdicare. Questo è un messaggio che deve arrivare al governo, oltre che agli enti territoriali”.

L’amministratore unico di ASP Città di Bologna Gianluca Borghi, ringraziando gli operatori e “tutti coloro che in questo anno e mezzo hanno dato corpo a una scelta non scontata”, ha messo l’accento sul “valore della co-progettazione che, grazie all’esperienza di anni, anche di decenni, di imprese sociali, è stata messa a frutto”. Tra gli altri temi, ha parlato dell’importanza dell’accoglienza dei soggetti vulnerabili, dell’interlocuzione imprescindibile con i Quartieri cittadini per quanto di loro competenza, di un progetto di cooperazione con alcuni enti gestori e in accordo con altri quattro Comuni dell’Emilia Romagna per il reinserimento in Albania di giovani che vogliono tornare. Ha infine manifestato l’intenzione di “rendere ancora più concreta l’esperienza che vede già coinvolte circa 110 famiglie o single in attuazione della legge Zampa sui tutor da affiancare ai minori stranieri non accompagnati”.

 

 

Il sindaco di Monte San Pietro e vicepresidente della Conferenza territoriale socio-sanitaria metropolitana, Stefano Rizzoli, ha evidenziato come il carico dell’accoglienza dei migranti pesi ancora per la maggior parte sulle spalle del capoluogo. “La città è in prima fila nell’accoglienza e pure l’Unione dei Comuni dell’Appennino è in linea con il piano. Mentre alcuni distretti e comuni dell’area metropolitana ancora devono raggiungere gli obiettivi. Questo perché la solidarietà verso i migranti viene purtroppo a volte percepita come un disvalore, mentre fili spinati e i respingimenti vengono visti con favore da parte della popolazione”.

Per via della diffidenza di numerosi cittadini, resta problematico anche il reperimento degli alloggi. Ad oggi sono circa 740 i migranti accolti nel sistema SPRAR a Bologna, “ma servirebbe il doppio dei posti”. Secondo Rizzoli la soluzione per evitare i malumori dei residenti si chiama accoglienza diffusa: “Non è pensabile mettere cento persone in uno stesso posto, mentre con appartamenti diffusi sul territorio e gruppi più piccoli l’accoglienza diventa più gestibile. Se si supera il primo gradino, poi non ci sono fenomeni di rifiuto e la parola problema non compare mai”.

Annalisa Faccini ha spiegato che per lo SPRAR adulti si conta di arrivare in autunno a 1.100 posti e che il 34% dei beneficiari accolti fa parte di nuclei familiari. “La fatica di questo primo anno – ha detto – è stata quella di costruire un servizio per la presa in carico di chi arriva con una modalità stabile e non emergenziale”.

Di una formazione specifica e di alto livello per gli operatori che lavorano nel settore dell’accoglienza dei richiedenti asilo hanno parlato la docente universitaria Francesca Curi del dipartimento di Scienze Giuridiche e la ricercatrice in Antropologia Federica Tarabusi del dipartimento di Scienze dell’Educazione. Entrambe hanno sottolineato il ruolo chiave della mediazione linguistico-culturale, che non dovrebbe utilizzare i bambini, come accade spesso, in quanto gli unici all’interno della famiglia a conoscere l’italiano. Il professor Musarò ha ricordato anche l’importanza fondamentale della comunicazione su queste tematiche, “che deve essere fatta quotidianamente, non essere episodica e solo in fase emergenziale”. L’informazione costante serve a normalizzare questi temi, altrimenti si resta schiacciati “tra due retoriche: da una parte quella del buonismo umanitario e dall’altra quella dell’invasione”.

Sul fronte del monitoraggio Angelo Pittaluga, Integration Expert UNHCR, ha posto l’accento sul fatto che “il punto di partenza è mappare l’esistente sul territorio per evidenziare le buone pratiche e analizzare le criticità, poi serve promuovere un approccio partecipativo dei rifugiati ascoltando quelli che sono qui da più tempo per analizzare i bisogni”. Si tratta di un processo bidirezionale, dinamico e articolato che vede attivamente coinvolti sia i titolari di protezione che le comunità e le istituzioni pubbliche, chiamate a sviluppare politiche sensibili per una popolazione differenziata. Perché “l’integrazione deve andare di pari passo con la relazione interpersonale”. Dal canto suo, Alessandro Fiorini, Tutor Emilia-Romagna del Servizio Centrale SPRAR, ha spiegato l’importanza del servizio di monitoraggio affidato dal ministero dell’Interno ad ANCI. “Oggi serve un ulteriore salto di qualità per quanto riguarda lo scambio dei territori”, ha detto.

Tra le molte buone pratiche, il direttore dell’area Nuove Cittadinanze, Inclusione sociale e Quartieri del Comune Berardino Cocchianella ha ricordato il Centro Interculturale Zonarelli, uno spazio in grado di rispondere alle esigenze delle comunità straniere e della realtà dell’associazionismo interculturale del territorio; la formazione del personale comunale su accoglienza, diritti umani, multiculturalismo e antidiscriminazione; il progetto di un nuovo spazio, sperimentale, nell’area dell’ex Villa Salus che sia un centro di ospitalità, lavoro, welfare interculturale, ma anche un luogo di benessere collettivo per la città con laboratori ed eventi. Insomma, ulteriori tasselli che rinsaldano il “modello Bologna”.