Gaza è una terra con una storia millenaria, che molte volte è stata distrutta, e ogni volta è rinata dalle sue ceneri. Perché questo non potrebbe accadere di nuovo? Giovedì 18 giugno nello spazio Baumhaus, a Bologna, si è tenuto il reading teatrale Gaza prima di Gaza del giornalista Luca Misculin de Il Post, accompagnato dalla musica del collettivo Frank Sinutre.
La serata, che era a ingresso gratuito, è stata organizzata dalla cooperativa sociale Arca di Noè (Consorzio l’Arcolaio) per la Giornata Mondiale del Rifugiato, che tutti gli anni cade il 20 giugno: istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la giornata è un’occasione importante per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla condizione complessa di chi lascia il proprio paese per cercare protezione. La cornice è quella del Progetto SAI del Comune di Bologna, coordinato da ASP Città di Bologna.
La rassegna di Arca di Noè Road map to inclusion, di cui faceva parte l’evento, ha l’obiettivo di raccontare i temi cari al terzo settore, argomenti complessi che però sono trattati con linguaggi accessibili e anche leggeri: in quattro serate ci sono stati più di 700 spettatori. “Solo per vedere Gaza prima di Gaza si sono presentate 250 persone: ne abbiamo dovute mandare via alcune e ci è dispiaciuto molto, non siamo abituati a fare sold out ai nostri eventi”, spiega Michele Cattani della cooperativa Arca di Noè.
“Per parlare di Gaza abbiamo scelto un format che ci interroga su quello che succede nel contesto all’interno del quale poi le persone scelgono di migrare”, dice Cattani. “Volevamo raccontare cosa fosse successo prima di tutta questa vicenda”. A quel punto Arca Di Noè ha contattato il giornalista Luca Misculin: “Lo abbiamo scelto per la sua capacità di raccontare temi molto complessi con linguaggi accessibili, offrendo fatti, strumenti, racconti, per orientarsi in questa vicenda”.
Misculin aveva già scritto un racconto proprio su Gaza, per un passato evento della testata Il Post. “Mi premeva soprattutto fare emergere che esisteva un’altra Gaza”, racconta Misculin. “Una Gaza lontana soprattutto dall’immagine che ne ricaviamo dalla propaganda israeliana – un luogo derelitto, da cui non può provenire nulla di buono – ma anche un po’ da quella che ci siamo costruiti negli ultimi anni: un posto di macerie e soltanto macerie”.
Misculin spiega che Gaza in realtà è stata molto di più nel corso della storia. “Ha avuto periodi di grandissima ricchezza intellettuale e commerciale, ospitato comunità di fedi diverse, e soprattutto, direi, nel corso della sua storia millenaria è sempre riuscita a reinventarsi e a ricostruirsi dopo le molte volte in cui è stata distrutta”.
La storia di Gaza è fortemente connessa alla sua geografia. Perché tutto quello che è successo è capitato proprio lì? Che tipo di conformazione ha quella terra?
“Ancora oggi è uno dei luoghi abitati in maniera continuativa da più tempo da noi umani. In un certo senso non può essere che così: è uno dei rari luoghi fertili prima che inizi il deserto del Sinai e più a ovest quello del Sahara, ed è un punto di incontro naturale per le merci e le persone che provengono dal Mediterraneo e proseguono verso il cosiddetto Vicino Oriente, e viceversa. Per questo attira da sempre grandi attenzioni. Qui ci sono passati tutti: Egizi, Persiani, Greci, Romani, Mongoli, i cavalieri templari, persino Napoleone”.
Veniamo ora alle persone che hanno fatto la storia di questa terra. Chi sono quelle che hai scelto di raccontare? E perché?
“Mi sono concentrato sui periodi che conosciamo di meno, dato che la nostra attenzione è comprensibilmente rivolta a ciò che è successo dal 1918 (dopo Cristo!) in poi. Ma Gaza ha attraversato davvero molti periodi di benessere e rilevanza. Il più lungo è stato probabilmente sotto la dominazione romana: in città c’era una specie di orologio a cucù in pietra, famosissimo, enorme, che segnalava lo scoccare di ogni ora con un marchingegno ad acqua che faceva muovere delle piccole statue di Ercole, 12, come le ore e le sue fatiche”.
Perché ancora oggi questa storia (passata) ha ancora tanto da insegnarci (nel presente)?
“Il senso di studiare la storia molto antica mi sembra sia quello di aprirsi alla possibilità che i luoghi e i contesti che crediamo di conoscere come le nostre tasche svelino lati poco conosciuti, e quindi un futuro per nulla scritto sulla pietra (come invece vorrebbero certi esperti di geopolitica, assai deterministi). Se afferriamo che Gaza ha sperimentato secoli di pace e ricchezze, e che è riuscita a ricostruirsi molte volte nel suo passato, perché non potrebbe succedere di nuovo?”
Lo spettacolo acquisisce ritmo anche grazie agli intermezzi elettronici del collettivo Frank Sinutre. Che tipo di sonorità avete scelto e perché? In che modo il suono dialoga con le parole?
“Con Isacco e Michele ci siamo capiti fin da subito: quando ho condiviso con loro lo script del racconto mi hanno fatto delle proposte sonore totalmente allineate con quelle che avevo in mente. Cerebrali e rarefatte, senza essere noiose, con qualche indizio che rimanda a terre lontane ma non troppo. È stato davvero bello dividere il palco con loro”.
Oggi esistono tante forme di attivismo per Gaza, alcune delle quali coinvolgono la musica, la narrazione, il cinema. In che modo l’arte può diventare un mezzo per prendere posizione e muovere le coscienze?
“Penso che ciascuno di noi possa fare la propria parte, nella consapevolezza del proprio ruolo. Il mio è quello di dare strumenti alle persone perché riescano a leggere con maggiore consapevolezza ciò che accade intorno a loro; e credo molto nel fatto che ciascuno possa contribuire al miglioramento del mondo agendo su singoli pezzetti, al massimo delle proprie possibilità. Se anche una sola persona, dopo la serata, ha imparato qualcosa o rimesso in discussione uno stereotipo o una convinzione un po’ pigra, ne è valsa la pena”.





