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Houssem, con Cecilia e Paolo in viaggio verso l’autonomia

“Ricordo ancora il nostro primo incontro. Eravamo ai giardini Margherita a prendere un caffè: io non parlavo, sono molto timido, ma ero contento”. Houssem ha un sorriso accogliente e lo sguardo dolce che si apre sotto una chioma di ricci bruni. Ha 19 anni, viene dalla Tunisia ed è arrivato in Italia nell’estate del 2021 quando era ancora minorenne. Dopo qualche mese è entrato nel progetto di vicinanza solidale Vesta, realizzato dalla cooperativa sociale Cidas in collaborazione con ASP Città di Bologna e il Comune di Bologna. È così che ha conosciuto Paolo Vanin e Cecilia Toussanian, che da quel momento sono diventati come una seconda famiglia: “Quel giorno c’eravamo tutti: insieme a noi era venuta anche nostra figlia Clara, che ha 9 anni, e il nostro cane Anush”, racconta Paolo. “Abbiamo parlato dei nostri interessi e noi abbiamo ammesso di non guardare il calcio, che invece è una passione di Houssem. Ricordo che abbiamo riso pensando che non l’avremmo mai portato allo stadio”. A quel tempo, Houssem aveva 17 anni ed era accolto nel progetto SAI presso la comunità Casa Abba all’Eremo di Ronzano, in provincia di Bologna. Parlava ancora poco italiano e stava studiando per prendere la licenza media. “Piano piano ho imparato a conoscerli”, racconta Houssem. “Passavo tanto tempo con Clara, giocavo con Anush, e questo mi ha aiutato”.

Il progetto Vesta punta a creare una rete di relazioni sul territorio che vada oltre il supporto dei servizi: ai cittadini vengono proposti percorsi che variano in base al tempo e alla disponibilità della persona, con il supporto costante di un team composto da assistenti sociali, educatori, consulenti legali, psicologi e antropologi. “Le famiglie si candidano sulla piattaforma e fanno una formazione, mentre in parallelo le comunità ci mandano le segnalazioni dei ragazzi che sarebbero interessati. Noi poi facciamo il matching”, racconta Marina Misaghi Nejad, che per Cidas è parte dell’equipe di vicinanza solidale di Vesta. “Sono progettualità che iniziano con la necessità di supportare persone fragili, ma poi si evolvono nel tempo: l’obiettivo è di creare rapporti di amicizia continuativi, che vadano oltre ai bisogni della persona”.

È quello che è successo ad Houssem, che con la famiglia di Cecilia e Paolo ha creato una relazione profonda che si è radicata nel tempo. Tutto è cominciato con un invito a pranzo e con l’aiuto con i compiti di scuola, ma poi il legame si è stretto sempre di più, tra le giornate al mare, i film della Marvel al cinema, la prima volta a mangiare sushi… Quando Houssem ha compiuto 18 anni, per festeggiare sono andati tutti insieme sull’Appennino tosco-emiliano, in un parco avventura con percorsi sopraelevati tra gli alberi. “Ci hanno messo un’imbracatura e ci hanno fatto salire, saranno stati 20 metri di altezza”, racconta Paolo. “Mi ricordo ancora la faccia di Houssem quando a un certo punto è caduto ed è rimasto appeso. Ci siamo divertiti moltissimo”.

I ricordi si accavallano nella mente, si fa confusione con le date e le ricorrenze, ma resta il sapore di tanti momenti passati insieme in serenità. “Ho un’immagine tenerissima: io avevo da fare e Clara doveva finire i compiti di grammatica, studiava il passato remoto”, racconta Cecilia. “Houssem si è seduto accanto a lei e l’ha aiutata, a modo suo, usando Google”, e scoppiano a ridere. “Io non sono una grande cuoca, ma a un certo punto ho capito che uno dei suoi piatti preferiti è il pollo fritto. Adesso glielo preparo ogni volta che viene da noi”. Il rapporto si è nutrito nella quotidianità, attraverso quei piccoli dettagli che sono espressione di un’attenzione e una cura particolari. “All’inizio molti cittadini partono con l’idea di fare cose straordinarie con i rifugiati, poi si rendono conto che sono i momenti più quotidiani e domestici quelli con più valore”, spiega Marina. “Può sembrare banale, ma la straordinarietà nasce proprio in quella quotidianità”.

Uno degli obiettivi del progetto Vesta è quello di mettere in contatto due mondi che di solito faticano ad avere un punto di connessione: quello dei rifugiati del progetto SAI e quello dei cittadini bolognesi. “La società civile e le persone in accoglienza hanno poche occasioni di incontro: spesso le persone migranti si interfacciano solo con loro connazionali, con gli operatori dell’accoglienza, oppure vanno alla scuola di italiano o in questura”, spiega Marina Misaghi Nejad. “È raro che ci siano occasioni per conoscere anche altre persone. I progetti di prossimità servono proprio a questo”.

Con il tempo la fiducia si consolida, tanto che quando Houssem è uscito dall’accoglienza ha vissuto per un periodo a casa di Paolo e Cecilia, in attesa di trovare un posto tutto suo. “È stato un momento molto difficile: a Bologna non si trova casa, ho cercato per mesi e non sapevo dove stare”, racconta. “Li ringrazierò per sempre”. Alla fine, grazie a un contatto di Paolo e Cecilia, Houssem è riuscito a prendere in affitto una stanza. “Quando l’ho saputo ero felicissimo. Adesso vivo con due amici non lontano dal centro”, dice Houssem, che nel frattempo ha firmato un contratto di apprendistato con una grande catena di ristorazione. “Quando ho saputo che Houssem aveva trovato una stanza ho pensato: è fatta”, conclude Cecilia, con lo sguardo sereno e insieme nostalgico. “Il progetto era nato per aiutarlo a cominciare una nuova vita in Italia: adesso ha i documenti, un lavoro, una casa. L’obiettivo è stato raggiunto. Certo, l’amicizia tra di noi c’è ancora e resterà, ma sento che il nostro compito l’abbiamo portato a termine”.

A cura di Alice Facchini

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