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Ismail, Lamin e Fawzi in mezzo al fango per aiutare la Romagna alluvionata

“Nel mio paese c’è un grande senso di comunità: quando qualcuno ha un problema siamo abituati ad aiutare. Se una famiglia non ha soldi per fare la spesa, va a mangiare a casa del vicino. È una cosa naturale. Per questo, quando abbiamo saputo che l’acqua aveva ricoperto interi paesi, volevamo subito dare una mano”. Ismail ha 17 anni e viene dal Gambia. Insieme a lui c’è Lamin, anche lui gambiano di 17 anni, e Fawzi, 18 anni, dall’Egitto. Sono timidi e quasi imbarazzati quando raccontano uno dei giorni più straordinari che abbiano vissuto da quando sono arrivati in Italia, quello in cui sono andati ad aiutare i cittadini di Castel Bolognese dopo l’alluvione che ha colpito la Romagna nel maggio del 2023.

I tre oggi vivono insieme a Bologna nella comunità per minori stranieri non accompagnati (MSNA) Lo Sguincio, gestita dalla cooperativa Csapsa2, nell’ambito del Progetto SAI del Comune di Bologna coordinato da ASP Città di Bologna. Un giorno il loro operatore, Dario Trentini, ha mostrato loro le fotografie di quello che stava accadendo a pochi chilometri da casa loro: acqua alta nelle strade, case distrutte, interi paesi ricoperti di fango. “Non hanno avuto un attimo di esitazione: appena ho chiesto se volevano iscriversi alle squadre di volontari per l’emergenza alluvione mi hanno detto di sì”.

Era il 23 maggio 2023: Ismail, Lamin, Fawzi e Dario hanno preso un’auto e sono partiti alla volta di Castel Bolognese. Meno di un’ora dopo erano lì: “Sembrava un paese bombardato: c’erano macerie ovunque, mobili distrutti per la strada”, ricorda Dario. Lì hanno trovato i banchetti della Protezione civile, che coordinava le squadre di volontari. Il primo intervento a cui sono stati assegnati si svolgeva nelle cantine di una casa: “Ci hanno caricato su una jeep aperta dietro e ci hanno portato là”, racconta Fawzi. Appena arrivati si sono subito resi conto di quanto la situazione fosse complessa e delicata: non c’era elettricità, i cunicoli che portavano alle cantine erano pieni di fango, bisognava muoversi con le torce e fare attenzione a ogni passo, perché non si sapeva cosa c’era sotto i piedi.

I ragazzi indossavano solo una maglietta e dei pantaloncini, ma ai piedi avevano gli stivaloni di gomma e nelle mani i guanti da giardino. “Appena finivi il lavoro tornavi alla base”, spiega Lamin. “I volontari della Protezione civile chiedevano: ‘C’è una squadra pronta?’, e tu se volevi ti candidavi. A quel punto ti davano un bigliettino con il nome, l’indirizzo e il numero della persona da aiutare”.

Il secondo intervento l’hanno fatto in un ristorante. I magazzini e le dispense erano completamente allagati, il cibo era marcito e c’era una puzza incredibile. “Il fango ci arrivava alle ginocchia”, racconta Dario. “Dovevamo togliere tutti i mobili e portarli in strada, perché poi doveva arrivare l’idrovora a togliere l’acqua. Lavoravamo nel sotterraneo, al buio, le cose pesavano tantissimo perché erano ricoperte di fango, e per portarle fuori le scale erano ripide e si scivolava”. Ismail, Lamin e Fawzi però non hanno avuto tentennamenti: “A vederli così sembrano magri e esili, ma in realtà hanno una forza pazzesca”, ride Dario.

La pausa pranzo è stato un momento memorabile: i quattro sono andati in un ristorante, dove gli hanno offerto un piatto di pasta abbondante, e poi hanno conosciuto i proprietari. Molti volevano sapere la loro storia. “Abbiamo fatto un brindisi con le lattine di Coca Cola tirate fuori dal fango”, ricorda Ismail sorridendo. “Quel giorno eravamo tutti uniti, c’era un senso di comunità forte: un po’ mi sono sentito di nuovo a casa”. Ismail viene da Kuntaur, un paese nel cuore del Gambia, sulle rive del fiume: “Anche a casa mia c’è stata un’alluvione. So cosa significa trovarsi senza niente: in quei momenti è importante avere qualcuno che ti aiuta, per non sentirti solo”. I tre ragazzi sono molto giovani, ma dalle loro parole traspare un senso di responsabilità forte. Il loro sogno è quello di trovare un lavoro stabile, dicono: Ismail come metalmeccanico, Lamin come elettricista e Fawzi come cartongessista.

Finché non è venuto buio, i tre hanno voluto continuare a sgomberare case e sotterranei. “Io ero distrutto, ma loro non si fermavano”, racconta Dario. L’ultimo intervento l’hanno fatto ormai al tramonto, nel negozio di una parrucchiera. “La signora non era ancora entrata nel locale dopo l’alluvione: era confusa, disorientata”, continua Dario. “Non siamo andati via finché non abbiamo svuotato l’intero negozio: fuori era già buio”. Quando sono tornati al parcheggio, dopo sei ore di lavoro durissimo, mentre si cambiavamo Lamin si è fermato un attimo, poi ha chiesto: “Allora, torniamo domani?”

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