Quello che resta, otto giovani registi per un cortometraggio sulla memoria

“Un processo partecipativo è un percorso che si basa sull’ascolto degli altri e su compromessi per riuscire a mettere d’accordo personalità e idee diverse. Lungo il cammino ci si conosce meglio e per arrivare a un risultato condiviso bisogna mettersi in gioco come abbiamo fatto noi per realizzare il nostro cortometraggio partecipativo”. Così Desiré Gaudioso, una degli otto giovani videoamatori che hanno preso parte alla seconda edizione dei laboratori condotti dalla cooperativa Arca di Noè di Bologna, descrive il significato profondo dell’esperienza che si è conclusa, l’estate scorsa, con la realizzazione del cortometraggio Quello che resta.
Il laboratorio di video partecipativo, seguito da da Fiodor Fieni, Camilla Mantovanelli e Michele Cattani, rientra nel progetto “Miraonda – laboratori di Media Literacy per raccontare l’accoglienza a Bologna” con il contributo di Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e ASP Città di Bologna in collaborazione con NetLit – Media Literacy Network, Radio Città del Capo, Radio Alta Frequenza e Istituzione per l’inclusione sociale e comunitaria Achille Ardigò e Don Paolo Serra Zanetti.
Tra gli otto ragazzi, coinvolti dapprima in un laboratorio di formazione sul videomaking e poi nella sceneggiatura e riprese del cortometraggio, due sono di origine migrante, Lamine Sadio e Wakas Marghoob. Gli altri partecipanti sono Alessandra Sapia, Costanza Parigi, Desiré Gaudosio, Giacomo Marcheselli, Serena Cappuccini e Teresa Ialenti.
Nel 2018, la prima edizione del progetto, vide la partecipazione esclusiva di richiedenti asilo.

Un cortometraggio sulla memoria degli oggetti

Otto esperienze di vita, otto creatività, otto sensibilità diverse hanno contribuito a dare vita a un video che riesce ad essere poetico ed efficace nel rappresentare oggetti, immagini e riflessioni sul modo in cui ci prendiamo cura dei ricordi. Un breve viaggio per incontrare luoghi e persone – compresi gli autori che si sono messi dall’altra parte della telecamera per raccontarsi – che testimoniano, con declinazioni diverse, il valore della memoria.

Desiré: abbiamo deciso di fare un video che non parlasse direttamente di immigrazione

Desiré, venticinquenne veronese, è una studentessa universitaria fuori sede di Scienze Politiche. Il tema della cooperazione internazionale è tra i suoi interessi principali. Ha svolto l’anno di Servizio Civile collaborando all’organizzazione di “Terra di Tutti Film Festival e nel 2020 partirà per un tirocinio Erasmus a Utrecht. Intanto coltiva tante passioni, tra cui quella per la fotografia. Realizzare documentari è uno dei suoi obiettivi ma, prima di partecipare al laboratorio di Arca di Noè, non aveva nessuna specifica formazione in videomaking. “Devo ammettere che mi interessava soprattutto la parte di laboratorio, per imparare le tecniche di ripresa – racconta Desiré –. Poi però ho trovato molto interessante anche la parte del processo partecipativo: all’inizio eravamo una dozzina di ragazzi ed era complesso trovare un accordo sui temi, poi ci siamo conosciuti meglio e abbiamo trovato la strada per raccontare quello che volevamo. Ad esempio, io avrei preferito che il tema centrale fosse un altro, ma alla fine ho apprezzato che non abbiamo fatto un ennesimo video sul tema dell’immigrazione. Penso che in Quello che resta si parli trasversalmente di immigrati, grazie alle testimonianze di Lamine e Wakas, ma ciò che conta ancora di più è il fatto che loro due siano stati davvero alla pari con noi in tutto il processo, dando una forte impronta alla narrazione del video, come soggetti attivi, e non passivi come spesso capita quando si parla di stranieri che arrivano in Italia”.
Al di là della finalità “sociale” il progetto ha offerto ai partecipanti alcune utili conoscenze di base. “Abbiamo imparato a usare i microfoni più adatti alle diverse situazioni – prosegue Desiré -, abbiamo compreso che tipo di riprese fare a seconda del contesto e del risultato espressivo che si vuole ottenere, ad esempio come essere poco invasivi quando si fanno interviste o come inquadrare gli intervistati per avere un certo effetto drammatico”. Desiré è stata l’operatrice di ripresa per la sequenza girata in un mercatino dell’usato: “Il titolare è stato super disponibile e ha dimostrato la grande sensibilità con cui svolge il suo lavoro, anche nel comprendere il potere affettivo e sentimentale degli oggetti che vende”.

Quello che resta, otto giovani registi per un cortometraggio sulla memoria

Serena: il nostro approccio partecipativo può essere usato anche in altri progetti

Anche Serena Cappuccini, un’altra delle autrici del corto, ha un passato nell’accoglienza dei migranti. Per quattro anni, dopo la laurea in giurisprudenza, ha lavorato come operatrice legale in una onlus delle Marche. “Non avevo alcuna precedente esperienza di produzione video – spiega Serena –, poi ho visto la call per il progetto del video partecipativo e ho deciso di provare, anche perché conoscevo già l’associazione Zalab (che ha offerto consulenza per l’edizione dell’anno scorso, ndr) e mi sembrava una cosa interessante. Ci siamo trovati diverse volte nella sede di Arca di Noè per imparare la tecnica e sviluppare le nostre idee sul video. Volevamo fare qualcosa di diverso dal solito video sull’immigrazione e l’apporto di Wakas e Lamine ci ha spinto a non fare un prodotto stereotipato. Tra tutti i temi proposti durante gli incontri preliminari, ci siamo trovati d’accordo sul tema della memoria perché è un tema che appartiene a tutti e che ci avrebbe permesso una narrazione con più punti di vista in cui i due autori immigrati si sarebbero potuti inserire senza particolari differenze con gli altri”.
Serena ha realizzato le riprese del cortometraggio ambientate all’Archivio Nazionale dei Film di Famiglia, un luogo bolognese particolare dove si digitalizzano i video amatoriali e di famiglia perché non vadano perduti in futuro, e al bar Rossoblu, un ritrovo storico bolognese. “Sono soddisfatta del risultato – dice –. Non eravamo sicuri di dove saremmo andati a parare alla fine. Poi il montaggio, realizzato da Fiodor Fieni e Michele Cattani, ha portato a un video che è molto coerente con le nostre idee e spunti iniziali, un prodotto collettivo a più voci. Il confronto continuo alla fine ha dato i suoi frutti e credo che questo approccio potrebbe essere traslato in contesti diversi con diversi mezzi. Infine ho imparato qualche rudimento tecnico di video produzione che mi sarà senz’altro utile in futuro”.

Quello che resta, otto giovani registi per un cortometraggio sulla memoria

Lamine, una vita intensa piena di progetti per non farsi “paralizzare”

Lamine Sadio, uno dei due ragazzi stranieri che ha collaborato al video partecipativo, è l’unico del gruppo ad avere precedenti esperienze di videomaking. Una delle tante forme espressive che Lamine, 27enne senegalese rifugiato politico, sta utilizzando da quando è arrivato in Italia tre anni fa. La sua storia di immigrazione è iniziata dopo la laurea in filosofia all’università di Dakar, quando si è visto rifiutato il visto per il Canada, dove avrebbe voluto approfondire i suoi studi. A quel punto Lamine ha deciso di venire a farlo in Europa e ha iniziato il viaggio che lo ha portato a sbarcare in Sicilia. Dopo due giorni dall’arrivo era già all’hub di via Mattei a Bologna, poi a Villa Aldini. “Lì sono rimasto due mesi senza poter fare nulla, le giornate non passavano mai, – spiega nell’ottimo italiano che ha imparato in soli 6 mesi -. Così ho deciso di darmi da fare e ho frequentato vari corsi prendendo l’abilitazione da mediatore culturale e il diploma da Operatore Socio Sanitario, ho frequentato i Cantieri Meticci, ho fatto volontariato in un’associazione interculturale, sono stato a parlare di razzismo e di immigrazione nelle scuole, ho fatto un corso di fotografia e di videomaking. Come OSS ho trovato solo piccoli lavori estivi per il momento, il problema principale è che Villa Aldini è abbastanza scomoda per gli spostamenti, perciò spero di trovare presto una sistemazione in città, magari inizialmente in accoglienza in famiglia”.
Lamine ha fatto di tutto per avere una vita attiva. “Mi sono fatto alcuni amici, studenti universitari italiani e tedeschi, perché ho collaborato anche con un’associazione tedesca per cui ho realizzato un video – prosegue Lamine –. Ho creato anche la pagina Facebook “Arte & Coscienza”, dove pubblico i miei video e tante cose che mi stanno a cuore. Il mio obiettivo ora è raccontare l’Africa in maniera diversa da come viene percepita o conosciuta qui. Mi sembra di capire che la visione dell’Africa sia indistinta, come si trattasse di un unico grande Paese senza differenze. Eppure ce ne sono così tante, anche all’interno di uno stesso Paese, come nel caso del mio Senegal. Poi voglio anche fare in modo che i miei fratelli africani che vengono qui non si ritrovino paralizzati come sono stato io: li spingo a fare cose, a far vedere che vogliono integrarsi ed essere persone attive e propositive. Dobbiamo darci da fare, non lamentarci. Chi non ci conosce può avere paura, sta a noi farci conoscere. Il motivo per cui faccio video è anche questo, e per dare voce a chi non ce l’ha. Infine voglio evitare che chi parte dall’Africa lo faccia perché ha false informazioni su come è la vita qui. Spesso i social network che noi usiamo mostrano una realtà che può essere fraintesa, o abbellita, da chi sta in Africa: io voglio che si evitino fake news in questo senso”.

Forte di queste motivazioni, e delle competenze di base da videomaker, Lamine è stato un autore fondamentale per la realizzazione del video partecipativo. “Il laboratorio è stato molto interessante e ho potuto conoscere altre persone e il loro modo differente di vedere le cose – continua Lamine –. Ognuno ha portato un oggetto che riteneva avesse un significato importante nella propria vita, da lì è uscito uno schema e abbiamo deciso il tema comune della memoria. Io nel video ho portato il djembe, un tamburo africano nato nel XIII secolo in Mali ma che è diventato famoso nel mondo solo nel secolo scorso. Il djembe mi fa vedere veramente chi sono, mi riporta alla mia origine. In Africa viene usato in varie situazioni, ha un suono potente tanto che due villaggi possono parlare tra di loro tramite il tamburo, che diventa uno strumento di comunicazione. Ora sto bene a Bologna, il mio presente è qui, ma quello che mi disturba è non avere la libertà di potermi spostare in Europa: la protezione internazionale non mi permette infatti di poter restare più di 3 mesi in un Paese fuori dall’Italia, perciò se voglio studiare o fare dei lavori all’estero non posso. E questo mi paralizza di nuovo”.
Chi fosse interessato a partecipare all’edizione 2020 del progetto potrà sapere quando e come iscriversi seguendo la pagina Facebook di Arca di Noè e attendendo l’uscita della call.